Se avvicinare Frangini uomo può essere un'esperienza, conoscerlo è senz'altro una lezione. In tempi in cui apparenza, pose, false allucinazioni, altro non sono che funanbulismi esasperati, paraventi caleidoscopici eretti a mascherare il calcolo più spietato, l'affarismo più gretto, conoscere Frangini è veramente uno stupore.
Stupisce in lui e di lui, quella <
Se dialogando l'osservi, ti accorgi che della natìa Firenze porta negli occhi e nel cuore le armonie sottile. La luce e le nebbie dell'Arno innanzi sera, gli arabeschi ricamati dall'acqua sotto il Ponte Vecchio, l'aereo incanto di San Miniato, la fluente armonia dei colli, i fascinosi silenzi dei suoi angoli d'ombra fonda in un meriggio assolato quando cose e persone, paiono sfumare in un crepuscolo viola.
Dalla contrapposizione di questi due aspetti fondamentali del suo Io, prende avvio la genesi dell'arte sua. Così l'uomo figlia l'artista.
Gli aspri contrasti, le stridenti disarmonie, l'inutile ferocia, la dissacrante ironia di questo pazzo mondo lo ferisce, è da questa sua sofferenza che sgorga la linfa, permeante tutte le sue opere.
Ne è testimone la cupa disperazione dei neri e dei grigi delle origini, ne sono conferma i blu sofferti scanditi nelle mille gamme disperanti del secondo tempo della sua ricerca, lo esige la compostezza geometrica, strutturante le sue opere d'oggi.
Inutilmente sia nell'uomo che nell'artista cercherete l'improvviso colpo di barra destinato a sovvertire le aspettative, il ripudio violento e plateale dell'ieri per l'oggi, Frangini, dagli inizi porta avanti un discorso suo, un dialogo tra lui ed il "disordine" delle cose, destinato forse a non avere mai fine.
Se dapprima fu angoscia, ossessione, drammaticità, disperazione, oggi, composizione e colore s'aprono in canto. Scaturisce dalla tela una melodia frutto di meditate armonie, ed armonia è ordine, equilibrio, ricerca dell'accordo.
Ora, aspettiamo il concerto. Siamo certi che Frangini ce lo darà.
Mauro Montarese
Regione Liguria, n° 1 marzo 1971
Reggio Emilia. Dopo la mostra grafica di Margherita Benetti, di particolare rilievo nella vita culturale di Reggio Emilia, che ha visto or è poco concludersi la bellissima mostra documentaria "Majakovskij Stanislavskij Mejerchol'd" presso il Teatro Municipale, è la personale allestita da Giovanni B. Frangini, nato a Firenze nel 1930, ma residente da molti anni a Genova, presso l'E. P. T., Palazzo del capitano del Popolo. Una sorpresa e un urto, indubbiamente, per quel pubblico troppo abituato ad un tipo di rappresentazione debitrice dei più deteriori esiti dell'Ottocento quando, nel migliore dei casi, non di un post-impressionismo d'accatto, e quasi per nulla abituato ad un confronto di nudi brucianti nella loro sensualità con la severità scheletrica di "generali" tempestati di medaglie o di cardinali avvolti in preziosi paludamenti. La personale di Frangini, infatti, presenta, in egual misura, una serie di figure ecclesiastiche (vescovi, cardinali), di figure militari e di nudi femminili ripresi dalla storia e dal mito (Salomè, Leda, ninfe, Susanna) completata da una sequenza di grafica (disegni a china, puntesecche, acqueforti) nella quale sono riproposti, con polita eleganza, paesaggi e particolari della campagna tosco-emiliana: una lirica narrazione, come se il pittore avesse voluto concedersi giuste pause nel mentre agitava spazi infiammati e informi che ora fanno affiorare le teste incuriosite dei vecchioni sul nudo impudico della biblica Susanna, ora sboncconcellano come cancerose ragnatele la guerresca figura di generali, ora isolano il velo lucente - l'ultimo - di Salomè, pendente dalla mano ad artiglio di Erode, mentre la perversa figlia di Erodiade pare che dica: "Ho baciato la tua bocca, Iokanaan, ho baciato la tua bocca. C'era un acre sapore sulle tue labbra. Era forse il sapore del sangue?". Ma non è in Frangini la deliquiescenza erotica di Oscar Wilde, né la corrosiva ironia di Baj; semplicemente, nei "generali", una registrazione critica della fine di un codice di onore nella tremenda fatalità della guerra. Dalla spada alla bomba atomica è l'itinerario che conduce dal dato individuale (l'umano) all'indistinto di massa(il mostruoso). I generali oppongono ai marziali piumaggi, alle medaglie, alle frange decorative l'immobilità del proprio scheletro, orbite morse da una luce accecante: la fine di uno stile.
E quanto ai nudi femminili, discreti, invadenti, procaci, sgargianti di una luce essa stessa al massimo del fulgore e insieme all'inizio della consumazione, strutta da quell'afrore carnale che è desiderio viscerale e ascetismo, porta di quell'inferno che pare divampare alle spalle di Salomè, o cigno regale che si annida fra le cosce smaltate di Leda, in essi il fremere dalla materia cromatica, l'impasto dei fondi, la pregnante carica erotica, anche se citano abbastanza esplicitamente la pittura di Fieschi, mantengono viva una loro autonoma presenza e necessità, un timbro sostanzialmente personale. Carnalità fisica e carnalità dello spazio sono tutt'uno; un'unica fulgida consunzione. Di stampo diverso, invece, i cardinali, i vescovi, che esprimono nel tramontare dei tempi religiosi, una carnificazione di emblemi e di simboli religiosi ad attestare, da parte di Frangini, l'esigenza di un intimo possesso dei segni elettivi, che alludono ad una realtà metafisica, per un'esatta generazione di valori spirituali.
Partito anni fa da lezioni novecentistiche e cubistiche, attraversa l'odierna intelligente appropriazione di valori pittorici contemporanei (arte fantastica, neo-figurazione), Frangini in quest'ultima produzione ('72.'74) offre a che cerca nelle mostre stimoli e rappresentazioni non usurate dalla ripetitività o dal passivo ricalco una varietà di temi e riflessioni sempre attuali, di carattere civile, religioso ed erotico, dotata inoltre di sottili relazioni con certa pittura del Seicento genovese.
Ludovico Parenti
L'Opinione Pubblica, 19 aprile 1975
La personale allestita da Giovanni B. Frangini, presso l'E. P. T. (Palazzo del capitano del Popolo) di Reggio Emilia, dal 22 marzo al 3 aprile 1975, ha consentito al pubblico locale di prendere contatto con un tipo di pittura - quella maturata in una città appartata e "particolare" geograficamente e psicologicamente, come Genova - inconsueto, assai diverso dai solito modi di far pittura che ora demanda le proprie possibilità ad una esausta ripetitività di deteriori cascami ottocenteschi (nella miglior delle ipotesi post-impressionistici) ora ad uno sperimentalismo d'avanguardia sul quale il sospendere ogni giudizio è già segno dell'esistenza di una zona pericolosa che, esigendo "altre" categorie di giudizio, di per sé già esclude ogni valutazione di matura estetica. Rimane un far pittura "intermedio", che si pone come rispecchiamento e interpretazione di una realtà individuale e sociale cui, fuori dai passivi ricalchi o dalle seduzioni dei meccanismi di mercato, aderiscono pittori che ricercano ed esprimono un modo di operare, pur nel legittimo e doveroso bagaglio di bene assicurati valori.
Appartiene a questa non comune categoria di pittori Giovanni B. Frangini, nato a Firenze nel 1930, ma residente da molti anni a Genova, dotato, inoltre, di un gusto tutto particolare per i valori passati di un "artigianato" il cui più intimo senso una interpretazione pseudo-estetica ha relegato fra le più sottili offese che un pittore possa subire. Appare pertanto, molto naturale come a questo tipo di pittori, per paradosso, spetti il merito di esprimere con efficacia - quasi di un grafico impietoso - i problemi, i drammi e le idiosincrasie dei nostri tempi.
Partito da una lezione novecentistica (Sironi, Soffici, Carrà) e cubistica (non tanto Picasso quanto il più lirico Bracque), Frangini, dopo aver reso omaggio all'amato Sironi attraverso una egualmente bella serie - perché nutrita di personali valori - di quartieri periferici imbevuti di malinconica solitudine o di figure umane timidamente affioranti da uno spazio sentito un po' come straniero, si è dedicato - con un ritmo tranquillo, con una pazienza e ricerca assidue e "artigianali" per una pacata appropriazione di tutto quanto non può prescindere dalla tecnica - ad una lunga sequenza di scene di città fantasticata (Genova?) o come rivisitata attraverso il prisma d'una memoria sospesa tra un dolce surrealismo e il mistero: quartieri silenziosi, notturni, muri carichi di Vegetazione, scacchiere, finestre, donne affacciate al balcone di segreti desideri o di attonite nostalgie, nudi teneramente aperti alla calda luce della luna, fruttiere, riviere da dove contemplare luci che non appartengono più al quotidiano avvicendarsi dei giorni.
E' da tutto questo lavorìo - rintuzzato da una produzione grafica (disegni a china, acqueforti, puntesecche) di deliziosa eleganza e nitore - scaturito ciò che , da alcuni anni avviato, attraverso una progressiva maturazione e approfondimento di problemi intellettuali e di valori cromatici, si pone ora all'attenzione come momento riepilogativo e importante nell'individuazione dei temi e nella loro immediata idonea traduzione in termini pittorici.
I generali, i cardinali e i nudi femminili (attinti alla Storia e al Mito) scandiscono una tripartizione tematica che finisce per racchiudere un medesimo "tempo" di estrema riflessione di carattere civile, religioso ed erotico.
A sentire parlare di generali il pensiero corre subito a Baj: niente di più fuorviante. Se in Baj c'è l'allucinante marionettista invadenza di un militarismo vacuo e tronfio, in Frangini questi ritratti militari alludono ad un tramonto definitivo, nella cieca fatalità della guerra pessimisticamente accordata agli istinti dell'uomo. , di quel "codice" che pur ne segnava, in altri tempi, dimensioni e valori propriamente umani. Dalla spada alla bomba atomica è l'itinerario che conduce dal dato individuale (l'umano) all'indistinto di massa (il mostruoso). Divorati lentamente da una luce accecante (atomica) e informe, i generali saggiano le possibilità di resistenza del proprio scheletro e dei propri segni marziali; assistono, impotenti, ad una nuova definitiva sconfitta che coincide con la fine di una mentalità in cui lo stile era un esile, ma severa, opposizione alla morte.
Il tema religioso dei cardinali e dei vescovi, iniziato con una tela del '67 che rappresentava San Martino che dona il proprio mantello ad un povero, si è arricchito via via di elementi nuovi che, assicuratisi determinati effetti formali non fini a se stessi, nel giallo degli ori e nella suntuosità delle vesti si racchiudono non solo allusioni al "potere" temporale ma anche "segni" terreni di un'"altra", hanno conquistato una loro rappresentazione non più equivocabile. L'insieme dei simboli e degli emblemi liturgici (la croce, i calici, le colombe, ecc.) che, insieme a strutture di cattedrali, scava il petto di questi vescovi e cardinali rimanda ad una carnificazione, ad un intimo possesso di segni alludenti ad una realtà metafisica per un'esatta generazione di valori spirituali: un permanere, coerentemente alla matrice cattolica tradizionale del pittore, in quella dimensione religiosa che più si sottrae alle insidie del mondano.
Mondano che i nudi femminili provvedono a sviscerare in un alone erotico di forte pregnanza, scavando il pittore in una materia cromatica infiammata e ostinatamente conquistata attraverso numerose velature e frugare ansiosissimo fra spazi e cromìe per estrarre, nella sua giusta valenza, dall'ombra lacerata le teste dei vecchioni e affacciarle sul nudo impudico della biblica Susanna; o per lasciare biancheggiare con venature madreperlacee, in primo piano, le cosce sinuose di Leda che s'aprono al cigno regale; o per isolare il velo lucente, l'ultimo, pendente dalla mano ad artiglio d'Erode, mentre la perversa Salomè, di contro ad un fondo infuocato, brandisce beata la testa di Giovanni Battista.
Forti d'impasti recrudescenti e accesi e spenti insieme, i nudi di Giovanni Frangini agitano luci e ombre e cristallini passaggi cromatici dilatando e approfondendo spazi consunti dalla stesso clima sensuale. Carnalità fisica e tattilità dello spazio sono tutt'uno; e, anche se, abbastanza esplicitamente, Frangini cita determinati caratteri della pittura di Fieschi, la sua rappresentazione si nutre di succhi sostanzialmente personali, all'incrocio inoltre di tendenze neo-figurative e di relazioni con certa pittura del Seicento genovese, ma con una cattolicità del sentire che, sola, può far scaturire immagini - come il "Tronco femminile" - così carnalmente ossessive.
Ludovico Parenti
L'Emilia Storica e Letteraria, giugno 1975
Quando un pittore, e particolarmente un grafico qual è Giovanni B. Frangini, vuole meditare il passato e riesce a penetrare lo spirito dei tempi e delle genti e riproporlo come un momento storico e metafisico, dona un tutto unicum di disegni a tratto di penna, come quelli esposti nella saletta del Club degli editori di via Borgo Incrociati. L'unitarietà dell'opera grafica costituita sia pure in due oggettivazioni, quella di Genova - sette pezzi per così dire impaginati in una rivista - e quella dei mesi dell'anno, già presentati e vincitori del premio Brandy per la grafica, è indiscutibile.
L'artista fiorentino dalle molte e utili esperienze, si è ripetuto, in linea tecnica, con due momenti felici del suo estro e della sua capacità di meditare. L'attenta osservazione di Frangini fuoriesce dalla linea, dal disegno - direi - dalla carta, nella serie dei mesi dell'anno. Il contenuto è di richiamo alla tradizione operosa e religiosa della terra, ma la forma, che insegue e si ispira attraverso una vigorosa e varia pratica dei toni, e su una corposa fluenza di chiaroscuri, è irreprensibile. E' uno stile lavorato su fattori culturali di prim'ordine, e concretato su una icastica prestanza di volumi.
Giuseppe Marasco
Avvenire, 29 dicembre 1978
Se ogni punto d'arrivo di un artista merita una ricapitolazione, quello a cui attualmente è giunto Giovanni B. Frangini, nel settore dell'opera grafica, su cui intende soffermarsi questo scritto, la esige in grazia di un'attività insolitamente schiva e densa di attenzione a problemi stilistici e di pensiero.
Si sa che, accanto alla pittura, Frangini (nato a Firenze ma da molti anni operoso a Genova) ha sempre curato la grafica, più spesso il disegno che l'incisione. Nello stesso tempo, da un punto di vista tematico, tra pittura e grafica, si è sempre avuto una profiqua iterazione non esclusivamente formale.
Frangini da tempo opera in un ambito "tradizionale", dove "tradizione" è da intendersi ovviamente nel suo più eletto significato, come rigore e tempratura d'un insegnamento fermo T ("termine fisso d'eterno consiglio") nelle categorie spirituali. La sua opera è passata via via da una rappresentazione per così dire "mobile" dell'immagine ad un'altra "fissa". Quello che era il processo simbolico cristallizzato.
L'iniziale rappresentazione era di figure dell'alto consesso ecclesiale (vescovi, cardinali), isolate o in gruppo, esprimenti il loro trovarsi in un tempo "storico" - tagliente presenza dell'ordine divino in un ordine umano - emblemizzato nel trapuntìo e negli ori delle vesti, nell'anello, nella mitra, nel pastorale, tutti elementi decorativi che rimandavano ad una concretezza la cui logica e la cui comprensione erano affidate ad una cifra simbolico-religiosa; segno e pittura come traduzione in chiave storica e mondana di una Storia che scavalca e rode insieme la contingente scorza dell'uomo.
In un secondo tempo, la galleria dei personaggi ecclesiastici si arricchiva di nuovi elementi che manifestavano profondi turbamenti per una liturgia stravolta nel suo <
Le immagini dei vescovi, dei cardinali tramutavano il proprio consistere in religioso patire. Frangini introduceva nel petto di questi alti esponenti della Chiesa croci, altari, chiese perfino, a simboleggiare non solo la carnificazione dello Spirito ma anche, e forse soprattutto, il rinserramento e la custodia nell'intimo di tutte quelle "realtà" terrene che non sono semplicemente fenomeni legati a determinati documenti sociali o a "traduzioni" di una "poesia" etico-religiosa legata a storiche strutture, ma simboli di realtà metafisiche, linguaggio (voci, timbri, significati) che puntano all'ardito collegamento fra terra e cielo, "ponte" fra la città dell'uomo e la Città di Dio.
E con questo arriviamo all'aspetto probabilmente centrale della produzione grafica di Frangini, allo svelamento della rete di rapporti che congiungano diversi tempi e rappresentazioni armonizzati da forme e tensioni di consistente respiro religioso e intellettuale.
L'area culturale che attrae Giovanni B. Frangini, quella in cui il suo ritmo e la sua sensibilità di uomo si riconoscono, è la grande arte romanica. Egli stesso, in un saggio su un numero precedente di "Traditio" ("Senso religioso del lavoro nell'arte medievale", n° 3, Settembre 1978), ha, in maniera forzatamente sintetica ma precisa, illustrato le peculiari ed essenziali qualità e caratteristiche dell'arte medievale, e con un taglio così chiaro che vi si leggeva in trasparenza una pudica ma non equivocabile dichiarazione di poetica, un pensiero solidale, una comunione di principi e di affetti che le opere sue stesse si incaricano poi di confermare.
Infatti, se il suo interesse intellettuale e culturale lo porta a comprendere e a condividere i caratteri di quell'arte, questi si rinvengono nell'opera di Frangini resi, in un empito di apparente mimesi, con ferma suggestione rievocativa, con impliciti giudizi che, in un mondo perduto dietro ricerche sperimental-mercantili, non possono lasciare che la nostalgia di perduti orizzonti. La sconsacrazione del mondo contemporaneo, l'invadenza di nuovi miti laici, che ha provocato la perdita vera e propria di una "identità" individuale e sociale, il caos babelico dell'odierna situazione delle arti figurative (anzi visive, secondo una più pertinente aggettivazione che la dice lunga sulle alterazioni/trasformazioni dell'immagine) sono realtà troppo lampanti e inquietanti, e tragiche perfino, perché si possa fingere d'ignorarle o ci si illuda di potersi ritenere a posto con la coscienza con una loro semplice burocratica registrazione. Si profilano di conseguenza due modi di comportamento: quello dell'accettazione supina dei nuovi imperativi formali, cangianti giorno dopo giorno e pronti inoltre per ogni uso mercantile, e quello di un isolamento fatto di operasità e di intimo rovello.
Ora lo sguardo retrospettivo di Frangini non è sotto il segno di una sterile nostalgìa, come potrebbe sembrare, o della denuncia o della confessione di mortificate illusioni, ma sotto il segno di una comunitaria e artigianale concezione dell'arte.
"Gli artisti erano le mani della società" ha scritto ad un certo punto del breve saggio citato; e questa frase, con bella intensità, rende palmare il divorzio tra l'arte e la realtà contemporanea, anche se questa in quella riconosce l'oggettiva registrazione della propria "fragilità" e della propria cifra "consumistica" con l'aggravio di un'assenza di valori, ideali e morali, oltre alla perdita del concetto di "durata" dell'opera.
Frangini si oppone a questo stato di cose e, per recuperare (o rimanifestare) il perduto (o il dimenticato), ficca un bisturi lucente e silenzioso nelle carni dei giorni e di una figurazione che mostra ormai ben pochi autentici valori.
Il suo disegno s'è notevolmente arricchito in questi anni di morbidezze e pastosità, senza per questo venir meno ad acute accentuazioni ed efficaci spigolosità.
Prevale una tonalità "bruna" che, aprendo i propri reticoli di velluto, s'illumina di squisitissime soluzioni grafiche, di impaginazioni rigorose e suggestive, di sapiente contrappunto, pur nell'infittirsi del segno, di carattere incisorio, con il bianco della carta.
La "quadratura" della composizione ha il peso e il clima delle "apparizioni". Apparizioni possono, infatti, definirsi i disegni sui quali Frangini ha lavorato in questi ultimi anni. Disegni aperti, lievissimi, come se un vento misterioso avesse miracolosamente dissolto appestamenti e rumori contemporanei e lasciato sui fogli aromi e trasalimenti che si possono intendere con sensibilità e volontà solo con un tuffo all'indietro nella profonda luce della coscienza per una sapiente declinazione di sangui e stagioni, di morti e rinascite.
Frangini procede per simboli in una scansione grafica di grande astrazione e concretezza.
Sull'erba s'ergono, immobili, cavalieri, vescovi, re. In piedi, a cavallo, su un trono. Coi loro simboli del potere regale e sacerdotale. Talvolta in un atteggiamento vigile, animato da un'interiore vitalità; talaltra in un sonno invernale impastato di mestizia e di attesa.
Sono figure maestose e "naturali" che spiccano isolate su lastre di marmo e di pietra, strappate alle facciate di chissà quali abbazie romaniche, a nicchie, a colonne di chiostri, a capitelli, a portali. Ferme, immerse in un silenzio di solitudine e di notte. Poveri meravigliosi frammenti di un Medioevo "buio" e luminoso! Una pioggia misteriosa ha come addolcito le plurisecolari rudezze espressive di queste immagini che oppongono un loro verticale silenzio al chiasso terreno di oggi. Ciuffi d'era, qualche alberello, foglie, contornano la loro esistenza di pietra. Nel cielo alto e lontano, il sole irradia cerchi concentrici o spicca il tondo della luna. S'illuminano allora, o stanno nell'ombra, i troni decorati, le vesti, i visi, le corone, le mitre, le pianete di queste attonite figure stagliate contro un cielo spesso stellato, in uno spazio che ha il freddo delle notti invernali e il tepore della neve che cade sullo sfondo di città turrite, di cattedrali, di castelli. Ma, accanto a queste austere figure, altre ancora, la cui umiltà non ha minor rappresentatività e dignità si animano: il Pescatore con la rete piena di pesci, il Contadino che falcia, il mese primaverile che soffia nel suo corno.
La presenza, inquietante e sottile, di queste immagini di Regno e di Lavoro ha una duplice funzione di apparizione e di reperto. In entrambi i casi, comunque, le figure, nel silenzio dello spazio d'intorno, evocano perdute o incomprensibile memorie. Frangini ha raccolto, con fermo lirismo e calma passione, il peso di macerate e lucenti esistenze, emblematizzate nel potere regale e nell'operosità quotidiana.
Nello stesso tempo, però, questi disegni alludono anche a valori che la nostra epoca tende sempre più a reprimere: valori metafisici, di ordine civile e sociale, morali, valori di un'operosità strappata ai famosi cicli stagionali o dei Mesi riproposti simbolicamente come misura di esigenze naturali ed essenziali.
Le "apparizioni di Giovanni B. Frangini hanno lo stupore delle cose perdute e ritrovate; il loro linguaggio chiede amore per il Medioevo soprattutto, e, quindi, una minima conoscenza di quest'epoca che, nonostante illuminanti studi in proposito, si trascina ancora, per i più, la nomea di "oscura". Solo allora è possibile accostarsi al significato di questi disegni nutriti di quei valori che gli imbevuti di teorie alla moda di ogni genere e di ideologismi che non ammettono prospettive scambiano per "conservatori", compromessi essi stessi con realtà provvisorie e strumenti di storico potere.
Questi bellissimi disegnano rischiano così - nel chiassoso e fumoso panorama artistico d'oggi - d'essere, come dire, impopolari; ma chi sa vedere e vivere senza le parole d'ordine del momento non potrà non cogliere il fascino sottile e la poetica, e insieme morale, fede in valori elevati al massimo della loro cifra espressiva di un periodo in cui l'arte ha goduto di una vera universalità in virtù di una comune misura spirituale (Frangini).
In Frangini s'era sempre avvertito un concetto "artigianale" dell'arte, il conferimento all'opera non tanto di rinascimentali "trionfi" individuali quanto di una mistione di motivi pratici, sociali e religiosi, indissolubilmente legati ad una visione e concezione del fare artistico umile e anonimo, capace d'armonizzare le esigenze dell'individuo con quelle della comunità.
Prevalgono, oggi, invece, altri ritmi e interessi, altre dimensioni che non lasciano intravedere speranze, vie d'uscita unitarietà non come appiattimento di esigenze, contributi di esperienze, ma come respiro, fede e slancio comuni per il (ri)costituirsi di una vera "civitas" e "civiltas". A tutto questi i disegni di Frangini oppongono la loro petrosa e musicale consistenza, la loro cifra simbolica che testimonia di una passata grandezza e l'ostinato resistere d'una lezione e di fede e di amore senza tempo.
Più recentemente Frangini ha spostato un altro piano figurale il medesimo sentimento del vuoto religioso e della solitudine umana attraverso una meditata registrazione grafica su di alcuni punti caratteristici del centro storico genovese: piazze, scalinate. Chiese, palazzi patrizi, porte.
Anche qui silenzio e solitudine sotto una luce non a caso notturna (notte dell'anima) che marca contorni e dettagli degli edifici e dell'ambiente. La città, in questo caso è Genova, ma, per l'assunto di Frangini potrebbe essere qualunque altra città. Una Genova lunare e silenziosa, colta nei simboli paralleli ai Personaggi degli altri disegni: la chiesa, il Palazzo, la Strada. Qui la città deserta non è solo fascino della città notturna, sottratta alla volgarità chiassosa del giorno, ma silenzio e deserto dell'uomo proprio per l'assenza di quei valori che soli ne garantiscono la presenza.
Trapelano così, sottili e profonde, le ragioni di un'opera partita dall'identificazione emblematica di alti dignitari religiosi e civili con un mondo e un'epoca irrimediabilmente perduti sul piano storico ma non su quello ideale, e tanto meno su quello dottrinario, che resiste nel suo nocciolo di verità, inscafibile e intoccabile da ogni trasformazione o violenza, caldo nel suo umore e segretamente consolatorio. Sotto questo aspetto la più recente opera grafica di Frangini, ritagliata nelle componenti e nelle rappresentazioni illustrate, ha lo spessore e il peso di eventi e realtà che continuano a stimolare e a durare con esiti tanto più poetici e allusivi quanto più appaiono - formalmente semplici e "generalizzati" come si conviene al simbolo.
Ludovico Parenti
Traditio, marzo 1980
La pittura quando non è alla ricerca di soluzioni mercificabile, è affascinante mezzo perl'artista con cui esprimere, anche inconsapevolmente, le sfaccettature della propria personalità, ed è sempre, coscientemente e razionalmente, espressione di spiritualità e di cultura. Questo atteggiamento nei confronti del fare arte informa tutta l'opera di due artisti, Giovanni B. Frangini e Paolo Ghiara, che espongono in questi giorni a il Fondaco, naturalmente con modi e peculiarità differenti.
Frangini ha spiccato l'interesse per i temi religiosi, per le ambientazioni medievali, per la purezza primitiva, e utilizza un linguaggio tutto moderno per essenzialità lineare, precisa e geometrica, scansione dello spazio, attenzione alla qualità timbrica del colore.
Gli evangelisti e alcuni santi sono riproposti da Frangini nella esattezza delle caratteristiche iconografiche, le figure bloccate nei volumi delle vesti o nei gesti raccolti, inquadrate da strutture architettoniche che richiamano la pittura medievale, Giotto e i giotteschi per esempio, anche per la sintesi di tutti gli elementi compositivi caratteristica della rivoluzione apportata appunto da Giotto. Tuttavia i personaggi di Frangini hanno volti moderni, mobili, sono figure di un'epoca in cui la spiritualità e la fede non devono prescindere dalla razionalità e dal progresso. Mi sembra questa la soluzione, l'idea dell'artista nella sintesi che egli fa di una cultura che potremmo definire da medievista, di una formazione cattolica, di un'esperienza umanaa e pittorica contemporanea.
Emilia Marasco
L'Avvisatore Marittimo, 4 ottobre 1985
Dal 27 settembre al 15 ottobre 1985 Giovanni B. Frangini ha esposto alla Galleria d'Arte Il Fondaco le sue opere realizzate dal 1980 ad oggi in una ricca mostra preziosa per esecuzione tecnica ed intensa per contenuti spirituali ed intellettuali. I temi sono riferibili a composizioni romanico gotiche per ispirazione e per impostazione disegnativa, con grande cura del dettaglio, che non risulta mai sovrabbondante; valido è il sostegno di piani di colore denso e profondo che fanni risaltare i primi piani e le figure accortamente centrate. Se ne ricava un senso generale di misticismo, di cui siano prova le due belle opere "Antico Vescovo" e "Cattedrale gotica", che esprimono compiutamente il tema prescelto. Figure al limite del mistero si susseguono in precisa amalgama di colori puntualmente ricercati, come un'ombra di memorie del passato, rivissute con animo commosso e pensoso. Anche le opere che non si richiamano al tema religioso hanno una loro ben espressa drammaticità. Appare infatti brillantissima la composizione del "Gatto" sulla verandina, dove elementi cromatici acutamente esaltati determinano un'atmosfera di sospesa angoscia, nel chiuso di una disposizione di masse attentamente accostate ad un sapiente disegno, che rendono l'opera perfetta e di immediataa ammirazione. Completano la mostra una serie di opere in piccolo formato, acquerellate, equilibrate ed eleganti, eseguite con straordinaria precisione, armoniose e pienamente gradevoli.
Frangini ci ha offerto il suo mondo artistico che è pregno di sensibilità ai valori mistici e sacrali che tuttora permeano il fondo della cultura in cui viviamo, senza esagerazioni didascaliche e con una proposta di opere coerenti per stile ed ispirazione, create senza ripensamenti o indecisioni, scevre di sbavature o di appesantimenti, quando si pensi all'intensità dei piani cromatici voluti ed all'ardita esecuzione del telaio disegnativo, modus operandi ricco di insidie e difficoltà, superate dall'Artista con sicura padronanza del mezzo pittorico.
Mino Lenuzza
Equilibrio, Agosto-ottobre 1985
La più recente produzione di Giovanni B. Frangini che si ammira in un'interessante insieme di opere pittoriche, esposte alla Galleria Giordano -via Orefici 7 - Genova, è la testimonianza di un impegno inventivo svolto con estrema coerenza e lucidità di rigore formale: un messaggio che si compenetra nel vasto ventaglio di ricerche e acquisizioni, promosse e vissute dall'arte italiana contemporanea in campo figurativo.
In questa mostra si nota una compiutezza nei cui termini le opere dell'artista sono sale d'impianto, e il discorso coloristico si è andato articolando in piena libertà di fraseggio, senza mai allontanarsi da quella pregiata essenzialità che d'ogni assunto pittorico si è fatta interprete primaria. Sostanziale elemento, questo, anche quando l'esuberante indole dell'artista sembrava portasse il suo dire, ad un fervore di eloquio riflettentesi sia sull'apporto disegnativo sia nel ricorso cromatico.
E' un'enunciazione linguistica quella di Frangini che, grazie ad una progressiva evoluzione, avvalora la dimostrazione di un progetto strettamente connaturato a definire una poetica che si svolge fra allegoria e simbolo, fra immaginario e astrazione del linguaggio; il tutto rivolto ad evidenziare l'aspetto pulsante della città, ed a caratterizzare le scene di interni in spazi irreali e misteriosi, sottili atmosfere fatte di riverberate luminosità e pensate in pacati registri di arcaico candore.
Le opere qui presentate focalizzano il temperamento più ansioso dell'artista, temperamento che gli ha offerto l'occasione di estrinsecare completamente quel processo segreto di trasposizione fra il mondo esterno e lo spirito, e di dar corpo alle dimensioni di una realtà trasfigurata e ricostruita con chiara coscienza e sottolineante, con timbro di inedita naturalezza, un'agile prestanza esecutiva. Un'idea di pittura, quella del nostro artista, che elabora una sorta di diario su di un attuale quotidiano letto come vicenda esistenziale ed attivo veicolo di desuete attenzioni attinenti al presente.
Trattasi di un itinerario esclusivamente attuale nel panorama della ricerca moderna, che si sviluppa attorno ad un problema centrale: le stagliate sagomature degli scorci urbani, visti e filtrati con meditati intendimenti neo-figurativi. Una maturazione, la sua, che procede per gradi, effettuando una sensibile rarefazione dell'immagine che gli permette di fermare particolari stati d'animo, o momenti creativi risolti con un'intensità chiaroscurale di rara efficacia. L'artista va acquistando una forza avvincente su quello che potremmo definire un'intersecazione del segno, mediante procedimenti tendenti ad idealizzare i valori timbrici del colore divenuto protagonista e dove la consistenza lirica, elemento predominante delle composizioni, mutuando una concezione tutta interiore ed espressivamente autonoma, è tipicizzata da un realismo scarno proteso a raggiungere un equilibrio nel quale ideale e reale coincidono. Sono condensazione di colore quelle di Frangini, colte con gorghi di luce abbaglianti che ripropongono in un certo qual modo, la fisionomia del nucleo sul quale si è formata e motivata l'esperienza di un'orchestrazione pittorica che trova nella forma una non comune risolutezza stilistica.
Il periodo formativo di Frangini è segnato, al suo esordio del 1950 da una serie di quadri di rilevante significato, (ritratti, nudi, marine e nature morte), in cui egli riallacciandosi ad alcuni artisti del Novecento, quali: Sironi, Rosai, Soffici, Morandi e Carrà, è riuscito a raccordare la materia pittorica in sommessi toni elegiaci e sobrie densità emotive, giocate su registri rosati, e insieme sempre aderenti ai concreti dati oggettivi, con un'incidenza dell'immagine, attuata con ripensamento tra memoria e fantasia.
Da queste formulazioni fino al 1965 questi saranno, infatti, i caratteri dei suoi dipinti, anche rimarcati dal contatto con la realtà e capacità di evocare, con vena più realistica, personaggi o vedute di campagna, colti con semplicità di rapporti tonali e lineari. Più tardi Frangini ha subito l'influenza di Bracque, la cui ispirazione la si vedrà in alcuni dipinti del 1975, dove è evidente il richiamo al pittore. Qui la lezione del secondo cubismo non viene tanto finalizzata in moduli di pura astrazione formale, quanto viene tradotta in una solida consistenza figurale, che verte sulla percezione di una scrittura sorretta da stimoli costruttivi e da nuove riflessioni e macerate pulsioni.
Ben presto tuttavia la pittura di Giovanni Frangini assume accenti metafisici, affioranti in costruzioni formali di valenza simbolica quasi magica, che saturano gli spazi nel ritmarsi dell'illusorietà del colore, il tutto improntato da tagli cupi d'ombra, che danno luogo ad una specie di reinvenzione del paesaggio. Così egli, nelle successive opere, nate da complesse vicende artistiche, ha saputo giungere ad una creatività esemplare innovativa a cui rimarrà sostanzialmente fedele. Infatti, nella mostra, sono raccolti dipinti che oltre a rispondere a quegli intenti di omogeneità di scelta, dimostrano il privilegio accordato ad opere di grande qualità ed importanza; con quelle sue architetture composte, di oggetti associati in strette interrelazioni, e con l'uso variato del tono, e in questo caso è un tono assoluto che definisce la sua composizione e propone come ipotesi un percorso unitario, giunge a momenti di pregnante spiritualità ed esaltanti una decantata dimensione del sentimento e della vita. Gli argomenti che lo interessano sono spesso ispirati ad una tragica e decisa riproposta di un tema di tipo anacronistico, tema che dichiara la sua appartenenza ad un mondo di agglomerati periferici, ed in cui l'artista riesce a contrappuntare la spazialità con un'incisiva carica drammatica.
Le opere di Giovanni B. Frangini presentano un'arte che nel continuo susseguirsi ed echeggiare di impulsi, quali elementi costitutivi, si affermano nel gioco di un rosso struggente o di un blu. La pittura di Giovanni Frangini in tante calibrate accensioni, acquista un potenziale idoneo a determinare i volumi, a scandire lo spazio dando, così, la misura unitaria della composizione del quadro. Assistiamo, inoltre, a corpose stesure bilanciate da alternanze mimetiche e da cadenze sottilmente allusive; spesso "tra le pieghe" delle sue rappresentazioni si insinua il ricordo delle cose che lo circondano; e questa verifica diverrà una costante irrinunciabile emozione, intrisa di un'inquietudine che non può esaurirsi in astratte contemplazioni.
Abbiamo di fronte un'arte di ampio respiro, e sicura nella sostanza compositiva, ritmata, altresì, in una libertà tesa a scavare nelle radici profonde di una natura che appartiene inequivicabilmente all'umano, senza compromessi di sorta.
Frangini, adottando un filo conduttore più intimo, meno gridato, maggiormente attento alla scabra purezza del segno, resta aderente ad una sua autenticità, che gli consente di analizzare l'oggettività fisica del reale, ora attraverso un paesaggio, ora attraverso una figura. Egli si muove con una sensibilità commossa ed incantata, che gli fa scoprire il nuovo o l'inatteso nel consueto. L'artista con l'eleganza di un segno fluido e rigorosamente distribuito negli spazi, mira a svelare il concetto stesso dell'oggetto, dirigendo la propria scansione strutturale verso una limpida interpretazione che scaturisce da una realtà indagata volendo cogliere un senso di sottile umanità. Questo egli viene via via raccontando con i suoi dipinti, dimostrando una capacità penetrativa, che sa appropriarsi della poesia dell'oggetto raffigurato. Frangini, peraltro vivifica le sue visioni che, per mezzo di una approfondita analisi, divengono significazione di un'immediata comunicatività, posta a fondamento del suo operare.
Eolo Costi
L'Umanità, 10 novembre 1987
Conosco Giovanni B.Frangini da più di trent'anni, il suo sguardo affaticato, già da giovane, e oggi riparato dietro grosse lenti, ma con una vocazione tutta sapientemente concentrata nel piacere della vista. Ivi comprese le visioni da creare.
E conosco il suo stile che ha raggiunto oggi l'essenza, ma che per larghi tratti era già presente all'inizio di una carriera artistica percorsa tutta con una combinazione di aristocratica modestia e di altrettanto ferma, tranquilla consapevolezza dei propri mezzi espressivi e del sicuro valore del proprio messaggio.
Non c'è nulla di quello che ha fatto Frangini in decenni di paziente lavoro che non si riconosca subito per suo. . A me pare di intravedere anche qualcosa di Morandi, forse di Luigi Bartolini, che fu un grande incisore, nell'impronta tecnica della sua ispirazione. Ma nel modo che per quei maestri fu in fondo congeniale a raccontare poche cose, impegnando una certa fedeltà a se stessi anche nei temi sempre ripetuti, Frangini mette una punta di orgoglio nel riuscire a esprimere tutto.
Come dimostra, appunto, nella collaborazione al "Secolo d'Italia" che ogni volta lo mette di fronte a sempre diverse richieste tematiche, puntualmente risolte con una straordinaria capacità interpretativa e di sintetizzazione simbolica. Nelle tavole dedicate a Pound ed in quelle disegnate per rilanciare "Donne e mitra" dell'indimenticabile Enrico de Boccard direi che abbia raggiunto la purezza di un classico.
Giano Accame
Secolo d'Italia, 3 ottobre 1989
Giovanni B, Frangini: l'alchimia lirica
Al cospetto dei testi grafici, realizzati da Giovanni B. Frangini a corredo illustrativo delle pagine culturali del nostro giornale, il lettore meno frettoloso, e adusato per altro alla visualità come alchimia lirica o, per converso, come aspirazione alla persuasione insita nei mass - media , non può non ricavare una diversificata sensazione. Da una parte, avverte che l'artista ripone nel segno - più meditato e distaccato rispetto alla vignetta che illustra il politico quotidiano - una connotazione che indubbiamente risente di una trasposizione di cultura e di storia, proveniente dall'esterno, ma diretta ad una esposizione che si risolve in se stessa, perché di natura estetica. Dall'altra ,si ha la sensazione che l'artista si serva invece del linguaggio come identificazione della <
In verità le due sensazioni si identificano in una unitaria espressione e/o postulazione di metafisica, dal momento che non è pensabile la ricerca della purezza irrelata in una <
La verità vuole che all'arte della grafica, destinata alla comunicazione - persuasione, non siano estranee le idee che muovono dall'esterno l'artifex del "grande significato" che è nell'aria. Da qui l' "idea del modello" che, scriveva Wolfflin, è comune a tanti, ma non fa ancora l'opera, perché aspetta l'artefice che farà "esse cose apparire". L'espressione è di Filippo Baldinucci, che, nel 1681 alla voce "Disegnamento" scriveva nel suo Vocabolario toscano dell'arte del disegno che il "disegnamento" altro non è che "un'apparente dimostrazione con linee di quelle cose, che prima l'uomo coll'animo si aveva concepito, e nell'idea immaginato; al che s'avvezza la mano con lunga pratica ed effetto di far, con quello, esse cose apparire". Senza voler negare lo jato ormai persistente tra il fare e il conoscere, tra "l'operazione di mano" (Cennini) e "l'idea che diventa forma delle cose" (Vasari) diciamo comunque che nell'opera a destinazione grafica di Frangini la duplicità della sensazione è un pretesto critico, più che un'evidenza testuale.
L'artista è indubbiamente consapevole che il mondo dell'arte (e anche il mondo del disegno, che come si sa ha conquistato di recente una sua autonomia creativa) è legato al riconoscimento e allo svelamento dell'essere suo proprio, ma non per questo egli limita - nell'esercizio corsivo del lavoro giornaliero - le due funzioni del fare e del conoscere, del comunicare e del persuadere, perché convinto che si tratti di un'unica realtà. Ha scritto infatti Ugo Spirito che comprendere e far comprendere è il compito del critico d'arte, perché è il compito di ogni attività umana e sociale. Ma dal momento che comprendere e far comprendere vuol dire vivere ogni manifestazione del reale, e quindi anche l'opera d'arte, non vi è dubbio che l'artista, portatore del modello comune, è consapevole di vivere nel segno, sia pure di durata giornaliera, la dimensione del suo essere linguaggio e pensiero.
Resta semmai da considerare in che modo il peintre - graveur Frangini sia riuscito a comprendere il modello comune e a far comprendere attraverso il linguaggio il messaggio vivente insito in ogni manifestazione del reale. Sennonché il problema si sposta dalla giustificazione di natura teorica alla destinazione empirica, cioè ad un problema di natura critica, implicante per il riguardante l'obbligo del comprendere, cioè del vivere ogni manifestazione del reale, fatta oggetto della pratica dell'artista. Ma su questo terreno non vorremmo risuscitare la duplicità di sensazioni che abbiamo all'inizio attribuito al lettore frettoloso di un quotidiano, e nemmeno attribuirci il distacco critico di chi non vive ma giudica la manifestazione dell'arte. E allora, senza dover confessare la "identità" di natura ideologica (anche sentimentale) del tifoso che "vive" e "soffre" la partita in casa della squadra del cuore, diciamo che i contenuti, ancorché consustanziati alla forma, perfino al tono, verranno da noi trascurati, anche in considerazione del fatto che sono legati alla molteplicità, più che alla caducità del giornaliero.
In verità, come la parola, che con il tono da al discorso una tensione spirituale particolare, così il segno di Frangini si anima di una vitalità, insieme concettuale e musicale, tra i reticoli infittiti del nero profondo e dai grigi teneri, fino a trovare la luce liberante e diffusa del bianco della carta. Pur nella solitudine realizzativa dell'artifex, che non è distacco ma partecipazione dell'arbiter e del nuncius al modello comune, Frangini ritrova l'identità tra l'apparente esterno e l'intima fedeltà, coniugando l'ordito fittissimo e incrociato dei segni con la luce sottile e corrosiva dei contorni, fino ad una piena trasposizione poetica di quell'objet, qu'il se propose d'imiter e di sottolineare, nel suo discorso non "limitato", ma "destinato".
E' proprio vero, il suo discorso poetico è legato a quel "destino" che è per tutti noi identità ideologica, valore metafisico e adesione concettuale e politica. Più il tono del suo linguaggio solleva il segno nella sfera dell'esprit de finesse, più conferma la identità e la destinazione dell'idea salvifica che lo regge. Ovviamente in funzione progettuale, più che come sopravvivenza illustrativa dei valori che sono stati. Anche se il docente della filosofia della politica, Salvatore Natoli, nel recente suo libro Giovanni Gentile filosofo europeo (Bollati Boringhieri), auspica, per nulla allarmato, che tutto diventa possibile, nel vortico delle revisioni in atto: i demoni possono ritornare.
Luigi Tallarico
Secolo d'Italia, 3 ottobre 1989
"Cattedrali è la denominazione della fascinante ed originale mostra del pittore Giovanni B. Frangini. L'esposizione - caratterizzata dagli insoliti soggetti e per l'inusuale tematica che si rileva "oltre" l'iconografia delle opere - è allestita presso la galleria d'arte Giordano (Via dei Conservatori del mare 5/2) in corso fino all'1 aprile.
Giovanni B. Frangini è nato a Firenze nel 1930, ha compiuto studi artistici, si è addottorato in giornalismo ad Urbino. Vive e lavora a Genova. La molteplicità di espressione dell'artista ha percorso sempre "momenti" legati alla figurazione espletati nell'ambito del paesaggismo urbano (ispirato a Sironi), del secondo cubismo (di Braque), con sostanziali riferimenti all'espressionismo tedesco, alla metafisica, al surrealismo.
"Cattedrali" è una rassegna composta da nove pastelli (eseguiti nel 1991) e nove olii elaborati tra il 1992 e il 1993. I lavori rappresentano lo stadio più maturo e la più rigorosa consapevolezza nel fare di Frangini.. L'artista - personalità dai notevoli interessi culturali e valori etici - ha inteso con questo "filone" espressivo dedicato alle "cattedrali", rifarsi, iconograficamente, ai templi della cristianità dell'Europa del nord, nel periodo storico dell'Alto Medioevo. Ha realizzato, pertanto, sontuose, inquietanti, liriche, suggestive, drammatiche, suadenti misteriose e mistiche immagini: rivisitazioni, rielaborazioni epocali ed avvincenti trasposizioni tra l'evocativo e il metafisico.
Ispirati alle aggettanti e ascensionali architetture delle chiese di Albi, Chartres, Strasburgo, Praga, Berlino, Saint Denis, Stirling, Friburgo Erfurt, Halle. L'intensità vibrante delle pennellate e del tratteggio di Frangini consentono di far accostare i riguardanti ad una encomiabile rievocazione ambientale, storica, culturale e antropologica. Nella raffigurazione delle imponenti architetture - di stile gotico - di quelle cattedrali, l'artista ha enucleato un trascinante itinerario pittorico spirituale e sociale. Che spazia tra l'immaginario e l'immaginifico: tra la realtà e l'astrazione, tra il misticismo e il mistero.
Giannina Scorza
Corriere Mercantile, 30 marzo 1994
La cattedrale, il senso di solennità che le deriva dall'essere sede del culto, dove il vescovo celebra le funzioni liturgiche più importanti, cuore della città antica e luogo che invita alla contemplazione di Dio e del soprannaturale.
In una interessante mostra allestita presso la Galleria d'Arte Giordano a due passi da Banchi, Giovanni Frangini espone i suoi olii e pastelli dedicati a questo tema.
Le Cattedrali dei suoi quadri raccontano un itinerario mitteleuropeo che l'autore ha percorso in più occasioni e di cui ha colto atmosfere gotiche, crepuscolari che ben rappresentano i nuclei più antichi di città e luoghi carichi di storia di diverse nazioni, al centro dei quali, imponenti, silenziose sorgono le ardite geometrie di queste grandi chiese.
L'alone di misticismo e di spiritualità viene sapientemente accentuato da una scelta di colori inclini a tonalità cupe e chiaroscuri spesso penetrati da fasci di luce violenta che non casualmente sembrano rimandare al fenomeno meteorologico dell'"occhio di Dio".
In altri quadri l'attenzione si sposta su un aspetto quasi come nel caso della spettrale Ty'nsky' Chràm di Praga, con le sue torri a pinnacoli di ambientazione fiabesca e alla Basilica di Saint Denis, a nord di Parigi, considerata la prima costruzione gotica francese in ordine di tempo e modello per le successive, in cui Frangini vede e rappresenta sulla composita facciata romanico-gotica la materializzazione di spiriti inquietanti.
Suggestive le vedute della Church of the Holy Rude di Stirling in Scozia, con le antiche pietre tombali e l'albero scheletrico in primo piano, come in una perfetta sceneggiatura gotica e le fredde guglie nordiche nell'atmosfera rarefatta della Severi Kirche di Erfurt nell'ex Germania est.
La figura umana non compare mai, è del tutto esclusa e non partecipa, effimera, peccatrice del rapporto privilegiato tra la chiesa e l'alto cielo oltre il quale si trova l'Essere superiore.
Giulio Mangili
Equilibrio, marzo-aprile 1994
Un viaggiatore del Quattrocento avrebbe distinto Strasburgo nel verde della valle del Reno, già da distante, per la freccia della cattedrale, di pietra rossa, infissa nel cielo grigio. Era la cattedrale di Notre Dame, del tutto finita nel 1439, diversamente dalle molte altre dell'epoca in via di completamento. Il maestoso complesso in stile gotico lanciava la sua guglia per centoquarantadue metri.
Ed ora che siamo all'imbocco del Duemila, facciamo anche noi un percorso nel Medio Evo, come ci suggerisce Giovanni Battista Frangini, Artista Guida, mentre osserviamo la sua ultima Mostra personale, presso la Galleria Giordano, dal 17 marzo al 1° aprile u.s. L'occhio dell'artista è ben diverso e lontano da un obbiettivo fotografico, e quindi le Cattedrali che ci sono proposte hanno forme e significato pittorico, che si differisce dalla nuda lettura reale.
Frangini si è chiesto: che cosa erano le Cattedrali per i tempi del loro maggior fulgore, che cosa resta dei valori che le fecero fondare fra il Millecento e il Milleduecento, oltre alla conferma, sin troppo ovvia, che l'Arte supera ogni limite temporale? Una prima risposta. Le grandi cattedrali, le chiese dei vescovi (cathedra = trono del Vescovo) del tardo XII e dei primi del XIII, erano in genere concepite su scala così ardita e magnifica che poche, o forse nessuna, vennero condotte a termine esattamente secondo il piano … (Ernst H. Gombrich), e quindi era giusto che l'Artista le rappresentasse, oggi, in pittura, come ardite e magnifiche.
Ed ancora "… Come affermazione di fede religiosa e di civile dignità, ogni città ebbe nell'imponente Cattedrale il monumento maggiore, nel quale, con grande solennità, venivano celebrate non soltanto le feste religiose, ma si svolgevano anche celebrazioni civili, insieme con i ricevimenti offerti agli ospiti più illustri".
(Piero Bargellini).
Di conseguenza FRANGINI, a frutto di sue personali esperienze di viaggio e di studi coltivati e approfonditi, ha voluto trasferire in pittura - ed in quadri che hanno alta valenza pittorica - undici Cattedrali (che ha riprodotto in diverse interpretazioni esecutive, ad olio ed a pastello, per complessive diciotto opere di ampio formato).
L'Artista si è immerso in atmosfere che ci riportano indietro di molti secoli. Delle cattedrali ridisegna la bellezza formale - esasperando, dove lo ha ritenuto, grafia e cromatismi - al fine di evidenziare la sacralità che trenta generazione di uomini hanno loro attribuito in quanto riproduzione di concreto di fede e socialità.
Abbiamo così ammirato diciotto quadri al cospetto dei quali si può riprovare emozione e compiacimento dell'essere partecipi di un fatto d'arte raffinata e compiuta, in un'epoca di pietosi tradimenti per impraticato (e sofferto) mestiere, e soprattutto di abominevoli tentativi di coonestare false presunzioni per nitidi messaggi pittorico-artistici.
Frangini ci aveva già presentato immagini di Cattedrali in precedenti mostre, come nel 198° e '82 alla decima Biennale del Brandy (Chartres, Strasburgo, Rouen) ed alla 1° Mostra Sindacale nel prestigioso complesso della Commenda, con una ulteriore e splendida Cattedrale di Francoforte, un quadro che destò ammirazione ed ottimi commenti.
Alla Galleria Giordano abbiamo dunque ripercorso con Frangini un itinerario culturale ed artistico in un mondo che, se è trascorso nei suoi contenuti sia sociali che spirituali, nel turbine delle epoche che si sono succedute, ci ha lasciato vestigia incorruttibili dal tempo, ad onore dell'Arte che sempre permane.
CATTEDRALI: Freiburg im Breisgau; Berlino, Nikolai Kirche; Erfurt, Severi Kirke; Halle, Marienkirke; Praga, Tynsky cram: Narbonne, Saint Just e Saint Pasteur; Albi, Sante Cecile; Stirling, Church of Oly Rude; Saint Denis, Chiesa Abbaziale, Chartres.
Mino Lenuzza
La fabbrica di Giano, maggio-giugno 1994
Con la personale di Giovanni B. Frangini si è conclusa la stagione 1994/1995 della fondazione Silvio Sabatelli; la mostra è stata imperniata sul tema delle grandi Cattedrali, tema che già da alcuni anni Frangini approfondisce come attesta la personale nel 1994 alla galleria Giordano ed a suo tempo attentamente recensita su "Equilibrio" da Giulio Mangili.
L'attuale mostra, presentata in catalogo da Giannina Scorza la quale afferma che "Le Cattedrali delineano il momento più attuale e maturo dell'espressività del pittore" in quanto "queste composizioni rappresentano la più raffinata fase di estrinsecazione per il modello di trasposizione iconografica e i valori metaforici elaborati dall'artista"; l'attuale mostra, dicevamo, è strutturata su quattordici opere tutte inedite, realizzate fra il 1994 e il 1995, anche nella quasi totalità dei soggetti eccetto la Cattedrale di Tymsky di Praga, la Severi Kirke di Erfurt e la Marienkirke di Halle, reinterpretate sulla base di precedenti appunti: per le altre opere si tratta delle cattedrali di Delft, Francoforte, Colonia, Strasburgo, Rouen, Chartres, la chiesa abbaziale di Saint Denis, Bruxelles, Tournai ed Anversa: le opere nascono da schizzi, come brevi appunti presi sul posto, per poi venir ripensati e sviluppati in studio; in quanto alla tecnica di Frangini essa è alquanto elaborata, realizzata attraverso una serie di stratificazione di piani di colore su di un impianto di rigorosa linearità geometrica.
L'interesse di Frangini per le Cattedrali come veicolo della propria espressività figurativa, è il frutto di una particolare propensione per la cultura medioevale, là dove si intravedono gli albori della civiltà europea, le sue radici più profonde, in quanto la Cattedrale rappresentò il cuore della vita e della cultura di quelle popolazioni; ama citare passi di autori dell'epoca come Rodolfo il Glabro (monaco borgognone che intorno al 1030 iniziò a redigere le cronache dell'anno mille) il quale scriveva nella sua "Storia" che agli albori del nostro millennio " … era come se il mondo stesso, scuotendosi, volesse spogliarsi della sua vecchiezza per rivestirsi di un bianco manto di chiese", oppure Francesco Eiximenis (Teologo spagnolo del XIX secolo) che nel dodicesimo libro del "Crestià", sull'estetica della città, tratta di questa come centro della Diocesi e sede stabile del Vescovo, quindi preciso punto fermo per chi vi risiede, a differenza della Corte che nella città non era un organismo fisso ma bensì si spostava di residenza nell'ambito del proprio territorio: ed ecco così come si evidenzia la rilevanza della Cattedrale nel pensiero medioevale: un riferimento stabile nella vita dell'uomo.
Ma tornando alle Cattedrali di Frangini esse sono prevalentemente pensate in una atmosfera notturna che le astrae dal momento contingente per porle in una condizione atemporale, ponendosi in una area metafisica tra mistero e spiritualità. In esse si può immaginarsi lo stratificarsi della storia di cui sono parte essenziale, pensiamo ad esempio alla Chiesa abbaziale di Saint Denis dove riposano quasi tutti i re di Francia da Clodoveo a Luigi XVI.
Se sino ad adesso abbiamo detto delle valenze intrinseche all'opera di Frangini non possiamo ignorarne i valori estetici legati alla contemporaneità, infatti gli interessi di Frangini spaziano da Matisse a Mondrian e questo non è poi così contraddittorio rispetto a quanto sinora detto, se Lionello Venturi, nel suo saggio "Il gusto dei primitivi" intravedeva un rapporto tra l'arte dei cosiddetti "primitivi" e alcuni aspetti dell'arte moderna; per Frangini, le sue "frequentazioni" di alcuni maestri del nostro secolo sono più a livello intellettuale che formale: infatti, sul piano delle idee, egli si ritrova in alcune enunciazioni di Matisse quando, ad esempio, affermava in un suo scritto su "La Grande Revue" del 25 dicembre 1908, che sognava un'arte di equilibrio, di purezza, di tranquillità, senza soggetti inquietanti o preoccupanti. Un'arte che sia per ogni lavoratore intellettuale, per l'affarista come per il letterato, ad esempio, un lenitivo, un calmante cerebrale, qualcosa di analogo ad una buona poltrona dove riposarsi dalle fatiche fisiche". L'interesse per Mondrian lo possiamo riscontrare là dove questi afferma la rilevanza della relazione "primordiale e assoluta": cioè il verticale e l'orizzontale, impostando quindi il discorso sul rigore geometrico di una composizione, la qualcosa ritroviamo nelle composizioni di Frangini dove le linee verticali ed orizzontali sono preminenti nella costruzione del quadro.
Francesca Madeo
Equilibrio, giugno 1995
“Grandi calvari di Bretagna” è il titolo della mostra del pittore Giovanni Frangini, in corso sino al 20 novembre presso la Fondazione Silvio Sabatelli di via Lomellini 1.
Giovanni Frangini, artista genovese, di notevole preparazione tecnica e culturale, opera in un atelier del centro storico. L’esposizione alla Fondazione Sabatelli della rassegna “Grandi calvari di Bretagna” rappresenta il più attuale, impegnativo ed allegorico momento dell’espressione iconica e contenutistica del Frangini.
Questo recentissimo filone interpretativo ribadisce l’esemplare qualità e raffinatezza delle composizioni dell’autore, la peculiare figurazione simbolica, metaforica, attinta dalla linfa del surrealismo, del secondo cubismo e dell’espressionismo.
La caratura figurativa del pittore è all’insegna dell’estro, della meditazione, della finissima padronanza segnica, in particolare del tratteggio, caratterizzata dalla sobrietà delle cromie, per l’originalità e l’inusualità dei soggetti.
Le opere franginiane sono immagini pervase da una solenne, austera atmosfera tonale e panica, stemperata con scarna e vibrante materia pittorica che emblematizzano gli oggetti e che le scenografie dipinte, sino a traslarli nella dimensione del mistero: filtrando, mediando momenti topici del passato, prendendo spunto da civiltà, spiritualità e costumi di genti e tradizioni di poli lontani dal nostro tempo e dalla società attuale, per riproporli agli occhi, alla curiosità, allo stupore dei riguardanti come elemento di provocazione, stimolo, confronto con i nostri giorni.
Frangini da molti anni si è dedicato a rivisitare nella sua pittura aspetti particolari dell’epopea medievale e specifiche costumanze delle nazioni del nord Europa e della Francia.
Con la panoramica dei “Grandi calvari di Bretagna” Frangini tocca l’apice della sua ricerca immediata, storiografica ed etnografica, rivolta in modo estremamente suggestivo, attentissimo e intelligentemente acuto alla religiosità del popolo bretone, alla sue fede e alle consuetudini tramandate dal tempo della cristianizzazione dei celti, un popolo ancora oggi affascinante, dalle tradizioni antichissime e conservate nell’arcano segreto dei templi, delle case, degli austeri edifici che ricordano la storia.
Si tratta di una rassegna allestita in modo molto suggestivo e importante i cui soggetti si ispirano ai tipici monumenti che ricordano la vita del Cristo e la sua passione. Una suadente esposizione, dotta, qualificata, appassionante che riesce a conciliare la religiosità con il primato della ragione umana, l’astrazione e la metafisica, con affascinanti effetti di luce e perfetti tagli geometrici delle campiture.
Una mostra quella di Frangini nel segno e nel colore, dove il dogmatico soggetto della fede dell’uomo, si fa tutt’uno con la creatività dell’artista. “Grandi calvari di Bretagna” è visitabile, occasione veramente da non perdere, tutti i giorni dalle 16 alle 19.
Giannina Scorza
Corriere Mercantile, 19 novembre 1997
“Calvari e Cattedrali di Francia” è il titolo della mostra di dipinti del pittore Giovanni Frangini: l’esposizione delle opere è in corso sino al 16 aprile presso il centro culturale franco-italiano “Galliera” in via Garibaldi a Genova.
Giovanni Frangini è nato a Firenze, vive e lavora a Genova: il suo studio è in via delle Grazie. L’artista è fautore di una peculiare e raffinata stilematica elaborativa i cui esiti iconici esplicitano una figurazione di eclatante “vis” simbolica e metaforica; una qualità espressiva che trova assunti e rimandi nei canoni dell’espressionismo, nel postcubismo, nel surrealismo.
Frangini ha compiuto numerosi viaggi di studio in Europa ed è un appassionato cultore e ricercatore dell’epopea medioevale e delle specifiche tradizioni e costumanze, nelle culture dei paesi del nord Europa. Da anni il pittore nel suo fare si è impegnato a rivisitare con un imprinting mirato e singolare, specifici “momenti” storici e culturali, come pure le usanze e le leggende del passato.
Nel particolare filone di opere denominate “Calvari e Cattedrali di Francia” Frangini tocca un profondo e affascinante habitat storiografico e etnografico. Egli, infatti, proietta il suo percorso di analisi in una specifica regione francese: la Bretagna posta all’estremità dei confini, incuneata nell’Oceano, terra di misteri, suggestioni ambientali, ricca di tesori d’arte.
Alla Bretagna paese magico e incantevole, dove si miscelano i culti druidici e la fede cattolica, dove si intrecciano la civiltà gallico-celtica con quella latina, Frangini dedica un’importante, insolita, coinvolgente rassegna di dipinti. Quadri che raccontano precipue angolazioni e ambientazioni di luoghi e di avvenimenti storici e soprattutto evidenziano il senso e il valore della religiosità popolare nei popoli nordeuropei.
L’artista nelle opere esposte al “Galliera” fornisce la sua personale e toccante interpretazione sul tema della Fede, prendendo spunto dai tipici monumenti detti “Calvari” e dall’architettura delle cattedrali gotiche. I Calvari inconfondibile del fideismo e della fantasia delle genti bretoni, sono composizioni scultoree che rappresentano La Crocifissione, la Passione di Cristo e la Resurrezione. Questi mirabili monumenti vengono trasposti nella capacità segnico-plastico-cromatica di Frangini di toccanti immagini dipinte, connotate da vigoria gestuale e panico commotivo, dalla netta incisiva stemperatura delle contornature, dal vigoroso chiaroscuro, dalla sobria, intima stesura cromatica. Le Cattedrali invece manifestano, oltre il rigore costruttivistico dello stile gotico, l’estrosità e la sbrigliatezza delle pennellate franginiane, il respiro mistico che si dipana nei profili dei campanili, dei portali delle chiese, messaggio teologico intriso nelle pacate tonalità. Soggetti che conciliano l’anelito sacrale con il primato della ragione.
Giannina Scorza
Corriere Mercantile, 29 marzo 1999
Cesare Viazzi introduce, con acuta attenzione psicologica, il “viaggio” francese di Giovanni B. Frangini e i suoi prelievi esplorativi in una realtà tangibile corroborata dalla capacità della pittura a “figurare” un immaginario contingente al veduto e, insieme, solenne di essenziale registrazione simbolica. La mostra di Frangini (Firenze 1930, attivo da molti anni nella nostra città) è al Centro Franco Italiano Galliera.
Le opere – ispirate ai Calvari e alle cattedrali francesi -, pastelli tecnicamente rigorosi, sono indubbiamente complesse e ricche di umori culturali: rammentano il taglio avveniristico alla Sant’Elia (la persistenza del mito come matrice di una latente dinamicità) e lo spirito metafisico (la concreta individuazione delle singole presenze emblematiche) della modernità.
Germano Beringheli
Il Lavoro, 1° aprile 1999
Vissuto fra musicisti si sente più vicino alla musicalità di Matisse
Vivo l’occasione di entrare nello studio di un artista come un momento di particolare fortuna, specie se ho la possibilità di discutere direttamente con lui come mi è capitato con Frangini. Giovanni B. Frangini, nato a Firenze nel 1930, vive e opera a Genova. Salgo le scale di un tipico palazzo medievale di Genova e mi trovo di fronte una persona affabile e gentile.
Ma cosa significa per lei produrre un’opera d’arte?
“Non ha sempre lo stesso significato. Talvolta consiste nell’avere delle idee su determinati argomenti e saperle esprimere con appropriati mezzi tecnici. vede, la cattedrale di fronte a lei rappresenta un edificio religioso, ma anche il mio modo di concepire una cattedrale nel Medioevo: non solo specchio della religiosità, ma anche della cultura e della religiosità del tempo. Altre volte significa sentirsi homo faber per realizzare bellezza e armonia. Talvolta mi sembra di essere tanto lontano dall’opera d’arte che distruggo o strappo la creazione su cui magari sto lavorando da tempo … è l’antico dramma della gestazione di un’opera.”
Quanta importanza riveste la tecnica artistica nella sua produzione?
“La padronanza delle tradizionali tecniche artistiche è di importanza basilare per chi, come me, propone un’arte figurativa. I moduli figurativi che realizzo, per quanto moderni, presuppongono una buona conoscenza tecnica e la assoluta padronanza del disegno. E poi mi affascinano tecniche diverse i cui risultati non sempre sono prevedibili in anticipo: come il pastello o l’incisione. Per me produrre un’acquatinta, ad esempio, è sempre una sfida con me stesso: gli effetti, non sempre controllabili, , divengono spesso piacevoli sorprese.”
Mi rendo conto di aver di fronte una persona che desidera comunicare con me senza nessuna ombra di autocelebrazione. Eppure Frangini ha al suo attivo più di trenta personali e una sessantina di partecipazioni a mostre di gruppo, concorsi, collettive. Ha realizzato scene teatrali e illustrazioni di libri, riviste e giornali e vinto il primo premio per la grafica al festival of the Arts di Nuneaton.
Ci sono soggetti ricorrenti nella sua produzione?
“Più che soggetti parlerei di tematiche come quelle ispirate alle cattedrali e alle sculture dei relativi portali e alla musica.”
Scorro rapidamente i cataloghi di Frangini e mi colpiscono un gruppo di incisioni del 1991; le figure umane non concedono nulla al gusto decorativo: sono eleganti, ma anche essenziali in un’atmosfera senza tempo e spazi precisi. Le linee ritmiche incise si diffondono come note armoniche.
Che rapporto intercorre tra il suo universo e la musica?
La risposta di Frangini non è immediata, come se una serie di ricordi stessero venendo lentamente a galla.
“Provengo da una famiglia di musicisti; mio padre fu violinista e insegnò al Conservatorio di Firenze con il fratello pianista; anche mia madre era pianista e perciò con la musica ho un legame familiare e sentimentale. In questo senso mi sento vicino a Matisse e alla musicalità delle sue forme”.
Arriviamo alla serie de “Le Cattedrali” opere del 1994/95, che segnano un momento maturo e originale della sua espressività. Questa produzione costituisce un affascinante percorso nella realtà religiosa e culturale del Medioevo, attraverso architetture in puro stile gotico.
Esiste una rispondenza tra il mistero divino e le sue cattedrali?
Ovviamente lo stile gotico è il simbolo architettonico dell’ascesa verso Dio”.
Per le sue razionali forme geometriche, quasi sospese in un’atmosfera incantata, si può parlare di pittura metafisica e di richiami a Piero della Francesca?
“Non ho mai pensato a Piero della Francesca, invece sento un’affinità con la pittura metafisica e con il cubismo, ma il cubismo francese, quello di Braque, improntato ad un’ordinata e controllata razionalità: per questo trovo affascinanti anche le opere di Mondrian. Nelle mie cattedrali non ci sono figure umane, non c’è’ dispersione di luce, ma solo rappresentazioni notturne. Questo rigoroso ed essenziale ordine mi consente di collocare i soggetti fuori dal tempo e decontestualizzarli; solo così possono divenire un simbolo valido per tutte le epoche e tutte le culture”.
Nella sua produzione recente spicca la serie dei pastelli su i grandi Calvari di Bretagna: Come mai proprio questi monumentali edifici. all’aperto con scene e personaggi della Passione?
“Molti anni fa, casualmente, vidi un catalogo che pubblicizzava un tour lungo la via dei Calvari della Bretagna. Fu una folgorazione. Solo alcuni anni dopo ebbi l’occasione di visitarli direttamente e constatare la loro magia. I Calvari esercitano un fascino misterioso perché sono opere anonime e realizzate in genere tra il ’400 e il ‘500 per il popolo dei fedeli, una vera arte popolare ove si fondono un po’ tutti gli stili: il romanico, il gotico – e nelle sculture – anche una sorta di espressionismo barocco ”ante litteram.”
Anche Genova è una città magica, eppure non mi pare che sia fonte di ispirazione per lei. Che rapporto c’è tra lei e la città?
“Non mi sono mai ispirato a Genova e del resto non mi sento neppure in sintonia con l’ambiente artistico cittadini. Sono un uomo di destra e purtroppo in ambito genovese sposare l’ideologia di sinistra (ammesso che esista ancora un’ideologia di sinistra) non è solo una convinzione ma una scelta di comodo; chi si pone al di fuori del coro è tagliato fuori, ma per me è importante poter godere della stima di un gruppo di persone che apprezza e comprende il mio lavoro al di la dello schieramento politico”.
Come artista qual è la sua massima aspirazione per il futuro?
“Non ho grandi ambizioni per l’avvenire. Desidero continuare a lavorare, fare ciò che m’interessa e mi appaga”.
Scorgo un lampo di soddisfazione sincera negli occhi di Frangini mentre mi indica i suoi ultimi lavori come la serie dei pastelli raffigurante i Musici, figure ispirate alle sculture del Portico della Gloria di San Jacopo di Compostela: una musicale geometria che sa fermare il tempo e portarci un brivido di eternità.
Emilia Vassallo
Il Giornale d’Italia, 9 marzo 2001
Raffinatezza di compositività simbolicamente evocativa, elaborazione emblematica quanto allusiva del segno-colore in esiti di atmosferismo e pathos ambientale, rivisitazione di antiche civiltà e lontane culture, solennità dell’imprinting gestuale. Filtro medium di una qualità espressiva vissuta all’insegna dell’estro, della mediazione introspettica, dell’originalità del grafismo e della proposizione ivastica e tematica. In questi parametri si dipana e si sostiene la valenza e la caratura della cifra stilistica del pittore Giovanni Frangini. L’artista è nato nel 1930 a Firenze, da molti anni vive e lavora a Genova, dove ha lo studio in via delle Grazie, egli è fautore di una inconfondibile formula icastica, che esplicita una figurazione di trasposizione metaforica e traslativa, trovando assunti e rimandi nei canoni dell’espressionismo, del post-cubismo e del surrealismo.
Frangini, per ragioni di studio – precipuamente connesse alle sue scelte motivatrici e alle istanze culturali, insite nel suo linguaggio visivo – ha compiuto molti viaggi nei paesi del nord Europa e nell’area mediterranea. E’ infatti un fervente appassionato estimatore e ricercatore delle tradizioni del passato e delle realtà sociali dei popoli antichi. Con particolare attenzione e riferimento al periodo medioevale, interessato specificatamente alle consuetudini e i rituali inerenti alla fede e alla religiosità delle popolazioni che vissero in quel periodo storico, fondamentale per la crescita dell’umanità.
Negli anni ‘80-’90 Frangini ha mirato la realizzazione del suo fare, in suggestive quanto fascinatorie risultanze, affabulatrici ed intense rassegne di dipinti (oli su tela, pastelli ad olio denominate “Le Cattedrali” (un suntuoso filone over ha rappresentato le architetture delle più importanti chiese di stile gotico in Europa) e “I grandi calvari di Bretagna”, elitaria e possente panoramica di soggetti, dedicata alla cristianizzazione della regione francese bretone, ancora suggestionata dal climax e dalle origini celtiche. Dal 2000 Frangini ha dato avvio ad un nuovo e sempre incantatorio cammino, all’interno di eclatanti situazioni storiografiche.
Giannina Scorza
Corriere Mercantile, 21 marzo 2001
Rigore controllatissimo e poliedrica modulazione della grafia segnica, fedeltà alla rappresentazione figurativa dell’immagine: in questi esiti icastici che spaziano dall’impressione ed evocazione del reale all’espressionismo, dall’affinità di un cubismo di fremente ritmicità fino al sobrio ed oculato accosto ai canoni della pittura “nordica”. In questi dati espressivi va stimata e situata la ricercata, raffinata e variegata “verve” ideativa e creativa del pittore Giovanni Frangini. Una personale con valenza di percorso antologico, viene dedicata all’artista dall’Art Club “Il Doge”, presso gli spazi espositivi di via Luccoli. La mostra resterà visibile al pubblico fino al 4 maggio.
Giovanni B. Frangini è nato nel 1930 a Firenze, ma dall’infanzia vive a Genova, dove ancora attivamente lavora nello studio di via delle Grazie. Personalità colta e dai molteplici interessi intellettuali è laureato in giornalismo, saggista dio argomenti artistici, illustratore di libri, ed anche profondo conoscitore, abile esecutore delle tecniche incisorie. Ha iniziato l’attività espositiva nel 1960, tenendo mostre nelle principali città italiana, in Inghilterra, in Olanda e Belgio. Nell’articolata rassegna proposta dall’Art Club “Il Doge”, Frangini ripercorre – con i suoi stilisticamente contrappuntati di pinti ad olio un ampio e sfaccettato iter icastico ed un ventaglio a 360 gradi nella tematica dei soggetti rappresentati. Dall’autoritratto a visioni di paesaggio, dal filone delle Cattedrali e delle architetture tipiche delle nazioni del Nord Europa, a suggestivi e palpitanti nudi muliebri, ad interni di studio ed abitativi. Molti dei soggetti della panoramica risultano un mirato, intenzionale atto di dedicazione-rivisitazione di importanti maestri dell’arte contemporanea; a momenti fondanti dell’espressività del XX secolo, rinnovandone gli assunti e i rimandi cardine, quali i toccanti e suggestivi omaggi a Matisse, Bracque e Permeke. L’artista appare ai suoi estimatori e soprattutto al giudizio critico in un felice momento dialettico di trasformazione, di continua evoluzione ideativa e di peculiare “freschezza” e spontaneità del fare: evidenziando la disinvoltura e spontaneità modellativa delle pennellate, morbide e rigogliose; il calibrato eppur vivace impianto distributivo della tavolozza tonale. Nel proprio linguaggio visivo, Frangini assimila e ricrea – nell’intriganza e coinvolgenza dei dipinti –i più avvincenti e profondi riferimenti alle culture e alle civiltà del nostro tempo, ribadisce il valore etico della natura.
Giannina Scorza
Corriere Mercantile, 27 aprile 2002
Donne e Cardinali di Giovanni Frangini
Giovanni B. Frangini
Recupero di cultura
Tradizione e simbolo nei disegni di Giovanni B. Frangini
L'arte come esperienza spirituale e umana
Frangini alla Galleria il Fondaco
Tra immaginario ed astrazione l'opera pittorica di Frangini
La purezza di un classico
Segni e sogni sul muro del tempo
Mistero e civiltà delle cattedrali
Le Cattedrali di Frangini
Le cattedrali di G. B. Frangini
Le cattedrali di Frangini
Grandi calvari di Bretagna
I dipinti di Frangini al Galliera
Forme e Colori
Nelle cattedrali non c’è il tempo
Frangini, pittura elitaria e colta
G. B. Frangini e il Ventaglio iconografico