Poi ho pensato che dopo tanti anni di interviste per la radio e per la televisione, poteva essere questa l'occasione buona per intervistare un amico. Ho quindi accantonato il primitivo progetto per proporvi di partecipare con me ad un breve colloquio con Frangini. Immagino che vogliate conoscere l'iter artistico di questo giovane pittore. A nome vostro gli chiedo quindi di illustrarcelo.
-Ho cominciato a dipingere in modo tradizionale, avvicinandomi poi a Rosai, a Sironi, infine per un certo aspetto anche a Mondrian. Spero di aver messo a frutto gli insegnamenti di questi maestri e nello stesso tempo di esser riuscito ad esprimere qualcosa di originale.
I paesaggi naturali sono stati perciò i soggetti preferiti di Frangini nei primi anni della sua attività pittorica. Nella sua ultima produzione predominano invece i paesaggi urbani: coaguli di case alte e grigie, incisi da strade strette e buie come camminamenti. Si ha la sensazione che tu ti sia messo a guardare la città da una finestra.
- Infatti. Dalla finestra di una casa di città non si riesce a vedere altro che muri ed è come se le pareti di cemento armato impedissero agli occhi persino la libertà di spaziare su un orizzonte, su un panorama anche modesto.
Anche i cieli delle tue città sono solitamente cupi, tempestosi. Non hai qualche paesaggio urbano con un cielo sereno?
- Si, ne ho uno.
A questo punto mi pare inutile chiedere a Frangini se la sua arte è ottimista o pessimista. Nel suo cielo è rimasto uno straccetto di azzurro: speriamo che non sia destinato ad essere coperto dalle nuvole, ma che sia l'annuncio di una schiarita..
Giovanni Frangini già fin da allora ha scelto la strada dell'analisi dei nostri sentimenti esistenziali, della tragedia ed ha condotto per lunghissimi anni la sua ricerca con riserbo e pudore, mostrando i suoi quadri a pochi amici, cercando da solo di rendere robusto e compiuto il suo stile.
Dal senso che Frangini ha della tragedia umana sorgeva allora una delle sue prime opere: un Cristo in croce stravolto e polemico. Si risentiva in quel quadro la tradizione masaccesca e tutto era rinnovato dall'angoscia di quel volto, quella del lungo, insicuro dopoguerra che presto ci saremmo lasciati alle spalle. Era quella l'epoca dei nostri incontri fraterni, del nostro ricercare confusamente nuove strade e gli errori erano facili, lo posso affermare con sicurezza.
Frangini ora ci appare fedele a se stesso e nello stesso mutato. Il segno ha acquistato maggiore consapevolezza, la tecnica è migliorata, il tema fondamentale della sua opera non è stato da lui abbandonato.
Ai toni neri e bianchi di una volta si associano i concreti, nobilmente artigianali toni delle sue originali bottiglie ed i magici riflessi che si indovinano su di esse.
E chiave per comprendere la sua ricerca, i suoi temi di oggi è quella rosa che sboccia a dispetto del nero cupo esterno nel suo fragile calice, prova che <
Osservando una sua tela, dove una figura vista di spalle, prega la Croce di Cristo, si intuisce il dolore, il conforto, la speranza. Come il pittore ha voluto, e lui stesso confessa.
I paesaggi, nell'ombre e nella luce rivelano la giovinezza dell'artista, una promessa sempre migliore per il domani.
Le immagini, le nature morte, ma soprattutto i fiori, hanno il sapore di un simbolo. Espressioni confessate attraverso il pennello con semplicità, anche con umiltà e rivelano il suo carattere che diffonde una bontà che emana dal suo intimo.
Un suo quadro che anche oggi osservo sovente, un quadro dedicato alle anime in pena, le figure confuse con dolcezza, rivelano si la pena, colgono nel segno della nostra mente nei momenti di dolore, ma osservando bene le immagini, si scopre l'implorazione ed il conforto della speranza.
Frangini si esprime cautamente, con passo lieve, ed ho la sensazione, incontrandolo, che stia sempre elaborando nel suo intimo, umani pensieri, forme e colori che poi tacitamente, col suo fare dolce e pacato, esprimersi nelle sue opere, donando al prossimo il meglio di se stesso.
Frangini adora l'arte, e l'arte gli restituisce un'intima gioia che è l'essenza dei suoi pensieri.
Alla luce di questo criterio, che peraltro non esclude categoricamente l'esistenza di personalità artistiche eccezionali, Frangini ha il merito, e il pudore, di operare, e con una tranquillità, una pacatezza, tipiche dell'artigiano che attende al proprio lavoro con calmo affetto.
Se il lavoro di Frangini - che è anche un attento e intelligente critico d'arte - si pone, dunque, su di un piano "artigianale" (nel senso più eletto del termine), in esso non si esauriscono passivamente le intenzioni e gli umori di un pittore del quale già altrove si era segnalata la produttività discreta quantitativamente ma improntata ad un gusto sottilmente rievocativo di un clima sospeso tra realtà e fantasia, laddove questa realtà non era più ripresa nei suoi aspetti "industriali" (pitture degli anni Cinquanta-Sessanta: il fascino triste di certi scorci urbani, la malinconia di deserte periferie) ma esprimeva una propria carica poetica attraverso donne alla finestra o stagliate su riviere, castamente nude tra ringhiere e davanzali fioriti, di contro panorami reinventati dal ricordo o da un'attonita nostalgia, fuori da ogni turbamento o destini umani. Bensì, in Frangini, si sono accumulati motivi e si riflettono ripensamenti che hanno evoluto il tessuto intimo delle sue rappresentazioni, e ciò non solo da un punto di vista tematico ma anche da quello compositivo: un timbro pittorico sempre più essenziale, un taglio e un'impaginazione sempre più agili, una linea sempre più netta, una capacità di sempre più mordente rievocazione sillabata su di una lezione novecentista e cubista di morbida grazia. Perché, a differenza di pittori che avventurosamente sono passati e passano da un'esperienza formale all'altra, registrando i segni di uno squilibrio di base, esprimendo del proprio lavoro contraddizioni, incertezze, giri a vuoto, Giovanni Frangini, fin dall'inizio della sua attività, ha avuto il merito e la chiarezza di individuare in alcuni pittori del Cubismo (Bracque soprattutto) e in alcuni pittori del Novecento (Rosai, Sironi, Soffici, Carrà) quei maestri sull'operato dei quali riflettere per poter poi avviare un discorso sostanziato d'apporti e innesti autonomi.
In questi ultimi anni, Giovanni Frangini si è particolarmente soffermato su di una serie di figure ecclesiastiche (vescovi, cardinali), su figure militari, su di una serie splendente di nudi, ripresi dalla storia e dal mito, su una sequenza notevole di opere grafiche (disegni e incisioni) che costituiscono una specie di summa o di panoramica su temi della sua opera pittorica, rimeditati per il tramite del segno grafico, sentito in quei momenti più idoneo ad isolarne ed essenzializzarne i poetici connotati, a rievocarne il clima in un isolamento fatto di quiete e di intima discrezione. Non che abbia trascurato le aperture estatiche su città notturne (non è improbabile pensare ad una Genova reinventata), con gatti, fruttiere, muri, vegetazione, donne nel riquadro di spalancate finestre, contrappunto misterioso alle morbide sciabolate di luci e di ombre che ora spezzano le linee di una chitarra, ora i quadrati di fantasiose scacchiere; queste aperture, queste riviere, questi notturni ci sono sempre, ma, insieme, Frangini ha avviato una diversa serie di rappresentazioni nelle quali si maturano e si affilano sentimento delle cose e materia cromatica.
Preludio all'attuale "dialogo" con gli alti dignitari della Chiesa possiamo considerare una tela del '67, raffigurante San Martino che dona il proprio mantello ad un povero. L'opera suggeriva una posizione. Religiosa e umana, della Chiesa sotto le spoglie di un santo; la scena era costruita con sincerità e con un occhio al cromatismo e alla monumentalità sironiana.
Dal '68 in poi, una serie di olii raffiguravano vescovi, cardinali, sui quali, inizialmente, pareva aleggiare una nota d'ironia che, in seguito, la messa sempre a maggior punto del lavoro modificava per attribuir loro una diversa connotazione, una ben altra tensione d'idee.
Sottolineando del periodo iniziale una ricerca di carattere anche formale, sarà agevole rendersi conto come - attraverso un impegno sempre più sorvegliato e costante - Frangini non si sia lasciato sedurre dall'imponente e severa scenografia, dagli ori e dalle vesti sontuose, dai pastorali ricurvi e sinuosi a testimoniare una potenza nella quale lo "spirito" e il "tempo" combaciano in un rischio sempre aperto. Per cui se dapprima lo stimolo era quello di provare su queste figure la misura di tagli geometrici, di strutture isolate come blocchi nella loro sintassi cromatica, e di spazi in cui le immagini potessero respirare una vita puramente fisica, più avanti nel tempo - negli anni '70 - '73 - ecco il trapunto di queste vesti - lasciare un margine sempre più avaro ai valori decorativi, ecco il pastorale non più strumento di ambigua potenza ma bastone del "pastore" di anime, e le dita ecco protendersi in paterna benedizione. C'è nel recupero di questi gesti antichi e fissati nel loro colore - l'oro delle vesti, il bianco dei lini ancora l'oro del pastorale, il rosso dell'anello -, l'ansia e la preoccupazione di un pittore (di educazione cattolica tradizionale), che vede scomparire un mondo di valori spirituali nell'indistinta materia dei giorni. Le cattedrali spiccano allusive dietro le spalle di vescovi e raccolgono nel grigio delle pietra il ricordo d'ottenebrante sostanze; il consesso di cardinali - in una luce che sembra smaterializzarli - sottintende la sapienza, un tempo spina dorsale di vocazioni, d'impegni evangelici, d'azione; i paramenti sacri in primo piano, invitano l'uomo al raccoglimento con i loro arabeschi già da Baudelaire definiti il più spirituale dei segni. In uno spazio simbolico Frangini blocca le figure di tutti questi dignitari, conferendo loro un'immobilità - anche ieratica - con la quale contrastare i "movimenti" di una Chiesa che sta gradualmente perdendo la propria energia spirituale, la primitiva "altezza" che. nella sua essenza, non è da considerarsi "distanza" ma punto in cui maggiormente concentrare e affilare i delicati strumenti dello spirito, anche a costo di errori e di ferite difficili a rimarginarsi.
Non a caso, andando oltre una simbologia applicata (calici, colombe) ed emblemi (pastorali, anelli, paludamenti), nelle ultime tele, Frangini ha "aperto" il petto dei vescovi e cardinali nei quali ha inserito chiese, altari, croci; la scarnificazione cioè dello spirito in un atto di estremo sacrificio; la comprensione fisica, carnale, di un ideale, di una tensione metafisica, di una speranza, di un atto di fede che viva e sconti la propria verità nelle viscere. Gli antichi vaticinavano scrutando il movimento delle viscere; attraverso una medesima "presenza" fisica --qui umana - Frangini ripropone le eterne esigenze di un intimo possesso per un'esatta generazione di valori che ha come fine la conoscenza.
Anche "gli uomini d'arme e decorati" - da Frangini genericamente chiamati Personaggio, Apparizione - appartengono ad una gerarchia di valori passati. L'occhio critico del pittore registra qui, non tanto una nostalgia impossibile e vuota, quanto la "caduta" dell'umano: questi spettri, queste "apparizioni" non sono altro che emblemi oscillanti al vento dei nostri giorni tecnologici nei quali la guerra - machiavellicamente ritenuta propria della natura umana - ha perso, pur nella sua crudele realtà, ogni connotazione umana, ogni identità. Ciò che resta è lo scheletro dell'uomo, un primo piano di medaglie che non servono a nessuno: i valori umani, individuali sono spariti, perché la guerra, nella sua ineluttabilità, ha perduto un suo "codice" d'onore. Dalla spada alla bomba atomica è l'itinerario che conduce dal dato individuale (l'umano) all'indistinto di massa (il mostruoso). I guerrieri omerici non si scambiano più parole e le rispettive spade in segno d'omaggio; sono annientati nello stesso scoppio atomico provocato da una mano anonima. La morte non ha più nome né cognome. Le immagini che restano e che, divorate lentamente da una ragnatela pittorica informe, cercano di resistere alla volgarità e all'oltraggio di uno sterminio indiscriminato, altro non sono che i resti di u7na umanità che, dalla cerimonia della guerra, sapeva ancora estrarre i diritti di una dignità non più possibile.
Con impasti più recrudescenti ed accesi e spenti insieme sono condotti, rispetto a queste figure militari, i nudi che, dalla storia e dal mito, Giovanni Frangini ha rievocato per misurarsi in una riflessione di carattere erotico nella quale agitare inconsuete forme e scavare più a fondo nel magma dei colori dilatando e approfondendo spazi consunti dallo stesso clima sensuale.
Dei nudi femminili incastonati in ambienti cittadini o su riviere, con la frequente presenza di chitarre o di scacchiere che lasciano nella composizione un indizio di ricorrenti fantasie, occasioni smemoranti che si rinnovano nella fuga dei quadrati dove le partite non giocate alludono ad una presenza di forme le cui caratteristiche strutturali, i cui segni premonitori di un ordine ideale, di un'armonia che si liberi senza designare vincitori e vinti, del puro esercizio ludico che si dispoglia delle sue terrene applicazioni - per cui la scacchiera diviene più importante della sua applicazione pratica; è forma autentica, apertura fantastica, arabesco - sembrano contendere alla morte, alla consumazione delle cose umane, il suo antico doloroso prezzo, ai nudi carnali di queste ultime tele (quasi tutte del '74) non c'è salto. Il passaggio, anzi, è coerente alla sintassi cromatica (l'amore dei grigi, degli azzurri un po' spenti, dei bianchi impastati di polvere) e compositiva (le strutture sode, nette, inclini ora ad una "ratio" geometrica ora ad una spicchiatura cubistica) di Frangini. E' presente parallelamente ai vari "Personaggi" e "Apparizioni", un maggior scavo nella materia, una perlustrazione ed un'estrazione di luci e d'oscurità, una più acuta decantazione pittorica, il tutto sotto il segno di una robusta carica sentimentale - nel senso di un urgere rappresentativo che agita e freme tutta la composizione - che lascia una sua traccia violenta e disincantata insieme, come se il pittore avesse voluto mettere alla prova un equilibrio impossibile tra erotismo e ascetica contemplazione. C'è un frugare nella materia cromatica ansioso, l'ostinazione di penetrare il coagulo climatico e carnale della scena come a rovesciarne gli intatti umori, le terragne esperienze con cui si chiudono i giorni, la sordità dello spazio, i vuoti colmati dai gesti che soltanto una memoria "atavica", visionaria, può richiamare a mente, riproporre nelle sue calibrate movenze, spegnendo la luce di un giorno illusorio per accendere volti e membra di sotterranea penombra, di quella luce "interna" che esplora corpi e momenti con l'emozione di uno scopritore di tombe.
"Susanna e i vecchioni", "Leda", "Salomè, Erode Antipa e la testa di Jokanaan" sono solo alcuni titoli. In questi pezzi il fremere della materia, l'impasto dei fondi, la pregnante carica erotica - la carnalità di un certo spazio oltre delle nervature umane - , anche se rimandano abbastanza esplicitamente alla pittura di Fieschi, mantengono vive una loro autonoma presenza e necessità. La carnalità delle immagini e la stessa temperia sensuale in cui è immersa la rappresentazione registrano una profonda dilatazione e apertura di un nuovo campo visuale e visivo nell'opera di Frangini, postulando anche rapporti e contributi di vario genere (la pittura fantastica; un neo-romanticismo della figurazione, la quale torna ad assumere connotati umani con l'esperienza di quanto sul piano formale si è accumulato dal Cubismo in poi; relazione con certa pittura del Seicento genovese). La rilettura storica e mitica di Frangini si colloca inoltre in una ricerca di carattere generale che vede impegnati quei più sensibili fra i pittori che ritengono necessario ritornare su alcuni passi proprio perché il veloce superamente di determinate forme e lezioni è andato a scapito di un'effettiva preliminare conoscenza e assimilazione. E' forse ancora prematuro intuire lo svolgimento della pittura di Frangini alla luce dei "generali" e, più ancora, dei nudi storico - mitici. Ma la fiamma di questo erotismo può indubbiamente avere conseguenze notevoli e durature sotto ogni punto di vista.
In questo periodo di particolare operosità (a grosse linee, il '72 - '74), può essere interessante notare che, parallelamente alla pittura, Giovanni B. Frangini ha continuato a lavorare nel campo grafico: cascinali, vedute campestri, angoli cittadini, nudi, notturni, vegetazione, ragazze affacciate al balcone dei propri ricordi o desideri, tutto un campionario insomma che rivela l'attaccamento di Frangini alle cose quotidiane, minute, innervate d'un'atmosfera che finisce per emblematizzare oggetti (zappe, carretti, case, balconi) e per investire figure umane di una sottile poetica ossessione all'incrocio tra un dolce surrealismo e il mistero.
Una pittura solo in apparenza facile. Direi che sottintende una inavveduta, ai limiti dell'inconscio, ansia d'indagine. Persino ci da, lui che non è ligure, una fresca genovesità nient'affatto provinciale, impostata dell'aurea di Sbarbaro e Barile; Così comincia il nostro viaggio alla conquista di un mondo discreto, con la meta della scoperta dell'intuizione fantastica completamente espressa che Frangini concreta in quadro nel magma dell'incontro, tutt'uno, fra realtà e la fragile vivezza della fantasia.
Così Frangini arriva alla testimonianza del nostro incredibile vissuto di uomini moderni e infelici. E tuttavia (ecco perché ritorno a Apreslude) guizzi improvvisi scompaginano il ritmo del prevedibile. Così, i giorni così intrisi di contraddizioni, la lunga serie degli inquieti oggi della vita d'artista danno il boccio di maggio della possibile arma di difesa contro la solitudine e l'amore inutile e l'inquinamento dell'anima.
Un'assunto consolatore, forse persino una testimonianza di una situazione sociale nella quale Frangini ci apre il sentiero della disponibilità a comprendere.
In questa ultima versione Frangini, amata la lezione di Sironi, continua, lo aveva avvertito anni addietro Parenti, la decantazione di una realtà proiettata in un clima diverso: un clima tutto suo, un approdo difficile aperto alle suggestioni in cui durare, aspettarsi, concedersi è vietato.
Edoardo Guglielmino
Personale alla Galleria Il Gabbiano di Genova, maggio 1977
Si ha così il considerevole risultato di un'articolata integrazione che prevede un importante aggiornamento dalla viva voce (e dal diretto contatto con le opere di tre artisti che rispettivamente illustreranno le loro tecniche - incisione, pittura ad olio, scultura - sviluppando il concetto che la tecnica non è un fine ma il mezzo che risponde concretamente ad esigenze espressive congeniali alla personalità dell'artista.
In questo modo il pubblico avrà occasione di godersi il prodotto di queste risultanze espressive in una continuità d'intenti che in questi anni ha dato notevoli frutti ed arricchito un rapporto, quello pubblico-arte, che rappresenta uno degli obbiettivi primari di questa Amministrazione.
Per questo ringrazio gli amici dell'Unitre e gli amici e colleghi-artisti che aderendo al nostro invito hanno notevolmente contribuito ad un'iniziativa in cui credo fermamente e che, sono certo, avrà ulteriore sviluppo.
E' uno spazio magico, interiore, immerso in un'atmosfera notturna dove il delicato gioco chiaroscurale evidenzia, sfuma o vela le figure sottraendole sempre alla realtà del tempo. I ricordi culturali (Picasso, Matisse, le avanguardie) sono ricostruiti dall'artista in un insieme organico dove la "figura" ha un ruolo primario, una figura che si piega ad ogni evoluzione fino alla fusione e alla compenetrazione delle forme.
Frangini è affascinato dalla musica, dai suoni, dall'armonia delle note e le sue immagini, oltre ad alludere direttamente al mondo musicale (violinisti, direttori d'orchestra), hanno in se stesse, nella loro struttura, nei gesti, nelle movenze, una grazia e un'armonia musicale.
Lo spazio in Frangini è sempre una successione di piani prospettici evidenziati dall'incontro-scontro di masse chiaroscurali contrapposte: le diverse modulazioni della luce, quindi, diventano elementi base nella resa spaziale.
Il fascino delle immagini di Frangini sta anche nella forza sintetica, allusiva delle figure concentrate, su pochi elementi che vengono distillati e semplificati per coglierne l'intima essenza.
L'artista non concede nulla al gusto decorativo: la sua arte visualizza emozioni profonde e si rivolge, perciò, all'inconscio umano.
L'arte di Frangini è un autentico "poema delle sensazioni" per il potere suggestivo della sua ricerca che sonda le infinite vibrazioni e risonanze dell'animo umano e i riflessi profondi che la musica suscita nel mondo interiore. Non si tratta di un universo inquietante, tenebroso, malvagio, popolato da orrende creature e da mostri paurosi, ma di "presenze" che materializzano i sogni, le "emozioni" fantastiche e visionarie dell'artista. Sono immagini normali, quasi quotidiane (figure femminili danzanti, nudi, musicisti, strumenti musicali), circoscritte in un repertorio ben definito, ma che l'artista riesce a trasportare prodigiosamente nel mondo dell'immaginario, del mito, dell'incanto, in un cosmo senza tempo e senza spazi precisi, in un'atmosfera sognante e fiabesca.
Per questo motivo Frangini sogna un accordo fra musica e pittura: le linee ritmiche, modulate, sinuose, sono come le note che si diffondono armoniosamente nello spazio. Forse è questo il segreto delle figure dell'artista, eleganti ed armoniche, pur nell'essenzialità e nella concisione formale.
Frangini fa uso di tecniche grafiche differenti, alcune tradizionali, come l'acquaforte e l'acquatinta, altre "sperimentali": chiodi, ad esempio, sostituiscono in alcuni casi, le punte metalliche.
L'artista unisce, quindi, l'amore per il figurativo al desiderio di sperimentare, all'interno di un'originale codice di immagini, nuove possibilità grafiche e nuovi metodi d'indagine nella determinazione della forma.
Le "Cattedrali", costituiscono i soggetti dell'affascinante rassegna di dipinti, eseguiti da Giovanni B. Frangini: esposti presso la Fondazione "Silvio Sabatelli".
L'allestimento della mostra consta di 14 opere (cartoni ad olio, formato 70 x 100) di recentissima produzione (1994/95).
Le "Cattedrali", delineano il momento più attuale e maturo nell'espressività del pittore. Infatti, queste composizioni rappresentano la più raffinata fase di estrinsecazione per il modello di trasposizione iconografica e i valori metaforici elaborati dall'artista.
Frangini espleta il suo fare nel contesto di una acuta, profonda ricerca segnica (che sottende l'anelito di una disamina filosofica; sociologica; introspettiva e poetica) privilegiando "oggetti tematiche" di figurazione simbolica.
Figurazione dai pregnanti e provocatorii significati, esperita da riferimenti al paesaggio urbano e alle scenografie di interni: sostanziata da impegnativi referenti che traggono linfa dall'espressionismo, dal secondo cubismo, nella metafisica, nel surrealismo.
Frangini (personalità di notevoli interessi culturali, compiuti gli studi artistici si è addottrinato in giornalismo) è attratto nell'ideazione del suo "linguaggio" plastico - contenutistico da istanze, problematiche e concetti di inusuale trattazione.
Il "filone" della Cattedrali - che il pittore propone per l'esposizione alla Fondazione Sabatelli - costituisce e costruisce una vivida rivisitazione - evocazione allegorica, un trascinante excursus per rivivere o immaginare la realtà sociale, politica, religiosa, culturale del Medio Evo.
Periodo storico oscuro, ancora in parte misterioso "ricostruito" e interpretato da un'angolazione intrigante ed ammiccante: l'architettura e le decorazioni delle Cattedrali.
Infatti le protagoniste della mostra sono le audaci aggettanti ascensionali architetture delle antiche, prestigiose mirabili costruzioni, erette in Francia, Germania, nei paesi del Nord Europa fra il XII° e il XIV° secolo. Cattedrale: luogo di culto e fulgido esempio della più ardente e spettacolare "creatività" e fantasia dell'uomo.
Splendidi monumenti, emblemi del più puro, esasperato, fantasmagorico "stile gotico": simboli di straordinaria arditezza strutturale, spettacolarità decorativa, innovazione architettonica; quanto "segno tangibile" della insopprimibile volontà dell'individuo all'elevazione spirituale, alla illuminazione dogmatica.
Frangini prende spunto da singolari dettagli, scorci, particolari caratterizzanti la costruzione e le decorazioni delle Cattedrali di Bruxelles, Praga, Anversa, Tournai, Delft, Rouen, Chartres, Halles, Colonia, Strasburgo, Saint Denis e trasforma quei rosoni, guglie, statue, campanili, vetrate in "finestre illuminanti" sul passato storico e in pagine di teologia portatrici di un vibrante, emozionante, messaggio etico e carismatico.
Il mistero divino, la civiltà, la libertà e la iniziativa dell'uomo sono il "filo conduttore, il motivo ispiratore, il patos che inducono Frangini a fissare nei suoi dipinti gli stilemi di una società - a noi lontana nel tempo - eppure vicina e simile alla nostra per inquietudini ideologiche e sociali, instabilità del potere politico, traversia, disagi nei rapporti di comunicazione fra i popoli.
Appassionanti ed incantatrici, queste cattedrali franginiane , si prestano a sostenere - nelle intenzioni dell'autore - un ambizioso ed avvincente proposito, progetto iconografico e introspettico.
Coniugare - nelle immagini stilate dal Nostro - la sublimità e l'ascesi della fede con il primato dell'intelligenza dell'essere umano: fusi nelle secche pennellate di scabra materia pittorica, nel fraseggio delle cromie fredde e meditative, netto chiaroscuro negli sfolgoranti "passaggi di luce".
Come dire che - nella pittura di Frangini - l'astrazione, il metafisico, il soprannaturale, si "incarnano", si identificano con le forme geometriche, le proiezioni ortogonali, la tridimensionalità, il segno e il tono.
La realtà si fa immanenza, il monumento estaticità, l'intelletto orazione, il gesto e il tratto i segni del mistero rivelato.
Cattedrali: e il mistero divino incontra la civiltà dell'uomo e la creatività dell'artista.
Giannina Scorza
Personale alla Fondazione Silvio Sabatelli di Genova, maggio 1995
Qu'il s'agisse de calvaires del la Bretagne, de cathédrales, de pastels ou d'huiles, on est frappé par le caractère à la fois représentatif et symbolique des oevres. Ce tableau ont une ame sans avoir forcément un esprit religieux. La lune, les jeux d'ombre et de lumière y contribuent amplement.
Cette exposition ne représente bien sur qu'une des facettes de l'immense talent depuis longtemps reconnu de cet artiste.
Lassù a Carnac si trovano i "menhir", le lunghe pietre infisse nel terreno tra il 6000 e il 2000 avanti Cristo a testimonianza di chissà quali riti, le stesse che sorprendentemente si incontrano in Inghilterra a Stonehenge, in Sardegna e in Lunigiana.
Nella terra armoricana risuonano ancora le medievali storie di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda.
Bretagna terra di navigatori e di corsari, di abbazie e di castelli, di città e di borghi marinari, di artigiani e pescatori.
La città murata di Concarneau accolse nell'Ottocento un gruppo di pittori francesi che diede vita ad una longeva corrente artistica - il "gruppo di Concarneau" - attiva ancora quaranta anni fa e Pont-Aven fu il primo rifugio dell'inquieto ed inquietante Gauguin. Nell'esilio bretone - prima che a Tahiti - Gauguin scoprì la "primitività" nei volti e nei costumi del popolo del lavoro e delle bettole, ma soprattutto nelle forme e nei lineamenti dei grandi "Calvari". Gli autori di questi monumenti non hanno nome, di loro non si conoscono le biografie, le scuole di appartenenza o di provenienza: non sono solo degli anonimi, sono dei misteri.
I loro capolavori sono stati eretti tra il Quattrocento e il Seicento all'aperto, spesso in recinti parrocchiali presso la chiesa e lo spazio cimiteriale, con una architettura ripetitiva, ma in composizioni diverse. Cioè, un basamento di granito sorregge tre stele, sulla centrale è sempre raffigurato il Crocefisso, però intorno innumerevoli sculture rappresentano gli episodi della Passione, della Morte e della Risurrezione di Gesù Cristo e momenti di vite di Santi. Ogni complesso, infine, risulta essere una dichiarazione di fede.
Monumenti impressionanti. Ma se "impressionante" è ciò che colpisce i sensi, o il cuore, o l'animo significa che davanti a questi "Calvari" il turista non può non rimanere attonito, il credente non può non leggere la lezione di catechismo che illustrano, un artista come Frangini non può non raccoglierne ed assorbirne tutte le suggestioni e restituircele rielaborate con la sua sensibilità, la sua cultura, la sua maestria.
Questo non vuol dire che Frangini ne abbia alterato o falsificato i messaggi, ma piuttosto che ha dovuto e saputo adoperare canali e codici propri per trasferire a noi lontani i messaggi autentici da lui direttamente ricevuti.
Bisogna dire che un lungo iter ha reso Frangini fedele interprete dei segni culturali ed etici medievali: sono distanti gli anni Sessanta dei suoi metafisici paesaggi urbani, e più prossima l'epoca della sontuosa "serie dei Vescovi" e le "Cattedrali" (pastelli del 1991 ed olii del 1992-93 alcuni dei quali sono presenti in questa mostra) anticipano eloquentemente il momento dei "Calvari".
Il critico militante e l'osservatore avveduto trovano nei pastelli qui esposti tutte le ormai conosciute virtù del pittore, cioè l'originalità dell'ispirazione, la padronanza del tratto, della prospettiva e del colore, ma tutti sentiamo il rigore della provocazione raccolta in documenti remoti e consegnata a noi uomini d'oggi per un confronto che ci fa sentire spiritualmente più poveri.
In un vecchio palazzo di quell'angusta strada abita Giovanni Frangini. Per arrivare all'appartamento del pittore mi sarebbe comodo fare le scale montando a cavallo, come nei secoli passati, ma gli scalini sono di sdrucciolevoli ardesie ed in piazza non c'è più da tempo la posta equina...
La bella casa, colma di quadri, di libri, di dischi, include anche un torchio a stella ed un computer, che suscitano la mia invidia. Con un modo di esprimersi preciso e severo Frangini mi conferma di "sentire un'affinità con il cubismo francese di Braque, nella sua ordinata, controllata razionalità". Proprio guardando alcune opere del pittore, mi sovviene la solennità luminosa, rarefatta e tranquilla, intimamente fedele ad un supremo ideale di chiarezza, di rigorosa spontaneità formale.
I lineamenti figurativi da lui creati comportano una grandissima conoscenza del disegno ed insieme la sicurezza delle tecnologie espressive: da quella tradizionale ad olio al pastello. Frangini è homo faber in pittura, ma ama anche l'incisione (ha vinto un primo premio di grafica in Inghilterra) nella quale, specie nelle acquetinte, non è sempre prevedibile il risultato di tanti esperimenti.
Questa mostra antologica presenta un'idea melodiosa della pittura di Frangini. L'autoritratto, essenziale ed accurato nel suo déshabillé senza decorazioni, vive in un ambiente asettico, rappresentazione emblematica e morale di coerenza dell'uomo colto. Ricorda il ritratto dell'attempato scrittore Giovanni Papini, al quale Frangini ha dedicato un robusto saggio.
Eleganti ed euritmici, nella loro vibrante, lucente carica carnale, anche i due olii dedicati ad una figura muliebre in rosso e ad un nudo in poltrona, entrambi spettacolo di linfa principalmente personale.
Frangini ha viaggiato nel nord Europa, studiando I' epos della civiltà medievale, della quale è penetrante cultore. Così è nato quel ciclo importante di olii e pastelli strutturati sulle Cattedrali, forse il suo più alto momento espressivo. "Ardite e magnifiche" come le ha definite Gombrich, "i maggiori monumenti dove con grande solennità venivano celebrate non solo le feste religiose, ma celebrazioni civili, ricevimenti agli ospiti più illustri" (Bargellini).
Le Cattedrali campeggiano svettanti nella loro sacra stabilità, evocativa di slanci mistici ed enigmi teologici, riconsiderazione sentimentale di arcani della fede religiosa e di fulgore conturbante e spettacoloso. L'artificio dell'estasi in verticale di queste chiese romanico-gotiche, fievolmente rischiarate dagli effetti luminosi notturni della luna, viene rafforzato dalle silhouettes malinconiche delle misurate e solitarie costruzioni. Alter ego aromatico di una traslazione e di un rinascimento, quasi un replay musicale di un'epoca. Gagliardo nelle sue maestose ambientazioni, Frangini ha ricreato un attraente milieu della severa civiltà medievale. Alcuni esempi sono presenti in mostra: da Santa Maria Novella di Firenze, ai tre pastelli dedicati a Praga.
Completano la rassegna due scorci valdostani, un paesaggio dolomitico ed uno invernale della Vallonia. In quella regione del Belgio Frangini si reca sovente. Due interni con quadri, d'apres di un pittore vallone (Victor Leclerqc) influenzato dal famoso artista belga Permecke.
La tenda rossa, di ispirazione matissiana, ricorda che Matisse sognò "un'arte di equilibrio, di purezza, di tranquillità, senza soggetti inquietanti e preoccupanti... un'arte che sia un riposo del cervello, come una buona poltrona dove riposarsi dalle fatiche". Così avviene con i quadri di Frangini.
Un felice, qualificato, impegnativo "ritorno" del valente artista, negli spazi espositivi sede dell'Associazione "SILVIO SABATELLI": che rinnova e dilata - per portata tematica ed istanze contenutistiche - la qualità icastica e l'impegno argomentativo delle due precedenti mostre, ivi tenutesi, rispettivamente nel 1995 e 1997. Il passare del tempo non ha fatto che evolvere e consolidare i parametri del fare franginiano: si da rendere ancora più avvincente, coinvolgente ed attesa l'edizione 2003 di una rassegna delle sue opere. Ora proposte e raccolte, in una mirata selezione, ordinata in criterio antologico (con datazione 1996-2003) ed eseguite nella metodica (laboriosa e fatigante, sapiente e fascinatoria) tecnica del pastello ad olio su carta.
I soggetti degli esemplari ed allegorici dipinti, riguardano intriganti e sapide visioni di scorci panoramici, tagli prospettici, dettagli architettonici, angolazioni e particolarità di monumenti; in soluzioni di immagini di suadente, coinvolgente e sollecitante pathos atmosferico ed ambientativo. Composizioni di pregnante componente simbolica e dai sottintesi psicologici, filosofici e spirituali: che esperiscono un peculiare filone rappresentativo ed un fecondo dettame narrativo; che ha come denominatore comune e filo conduttore, l'adesione ai precetti e alle costumanze della religione cristiana fra le genti europee. Le creazioni messe in fieri da Frangini sono interpretazioni-rivisitazioni, disamine sia mnestiche che intimistiche: che hanno come elemento focalizzante tropiche località del territorio europeo di area confessionale cattolica e ortodossa. Spaziando dalla Bretagna alla Grecia, dalla Spagna alla Russia, dalla Cekia al Belgio, dalla Scozia alla Germania, dalla Bulgaria all'Irlanda. In questi ambiti Frangini attua le sue ricerche etnografiche, , storiche, culturali e fideistiche; l'indagine sull'identità dei popoli e le loro tradizioni mistiche: desunte e ritrovate nel corso di significativi viaggi-studio. Itinerari nei luoghi di culto, attuati per attestare, a ritroso, gli sviluppi della civiltà del passato, tramite "tappe" che risultano "pietre miliari" del percorso dell'arte, dell'espressività architettonica, della crescita civile nel radicamento delle credenze religiose tra le popolazioni europee, nei trascorsi secoli e millenni.
I dipinti, che Frangini propone al Centro d'Arte e Cultura "LIGURIA", divengono pertanto, i transfert di ricordi, delle suggestioni, delle emozioni vissute nell'esperienza dell'autore come viaggiatore curioso, attento e sedotto dalla contemplazione estetico-estatica dei più spettacolari ed intensi "topos" dei siti sacri nelle più importanti nazioni d'Europa.
Fino a proporsi come testimonianze commotive e mediatiche del suo sguardo osservatore e indagatore, del suo sondare ricognitivo e speculativamente ascetico: rivolto alla bellezza dei contesti paesistici, artistici e monumentali di chiese, cattedrali, templi; trasmutando - nel suo segno-colore - il veduto, il tangibile, l'ammirato, lo splendiso, in metafora della storia dell'uomo, della sua aspirazione trascendente.
Una mostra affabulante e di livello raro, questa "Europa 2004, Ideali e realtà tra cultura, storia e fede": che Frangini allestisce, come anticipazione e trascinante partecipazione-condivisione, al grande evento che farà di Genova, nel 2004, la capitale Europea della Cultura.
A corollario delle significanze intrinseche dell'imagerie delle opere, la panoramica esalta, enfatizza la via e la verve del linguaggio visivo dell'artista: evidenziando il maturo e consapevole lessico iconografico, la copiscua autorevolezza del ventaglio stilemico.
La carrellata di oltre trenta soggetti (dai Calvari bretoni alle cattedrali Gotiche, dai monasteri sulle montagne greche, dai pinnacoli alle guglie, alle cupole, ai rosoni, esiti della sua minuziosa e lucida descrittività) amplifica a 360 gradi la registrazione del rigore controllatissimo nella modulazione dell'imprinting grafico e del tratteggio. A questa primaria capacità di limpidezza segnica, Frangini aggiunge il nitore e la fedeltà veridica, nei parametri di una figurazione raffinata ed elitaria: che compendia una vasta gamma di assunti e rimandi; dal realismo all'espressionismo, dal ritmico assetto geometrico alla metafisica, dall'evocazione cubista al manierismo nordico.
Ma soprattutto la cifra stilistica di Frangini s'impone per un ulteriore valore aggiunto: ogni sua opera è filtro di un'operazione di trasposizione traslativa, metaforica e comunicativa tra estro e conoscenza, ideali esistenziali ed ascetici. Tra verifica della dimensione quotidiana e contingente dell'uomo e la presa di coscienza delle sue esigenze sovrannaturali, tra cronaca e trascrizione degli eventi epocali e codificazione della storia, tra miseria dell'individuo e la sua immensa possibilità di superarsi con la forza e la potenza della Fede.
Così, con i trenta pastelli che narrano le vicissitudini e le attese ascetiche degli uomini delle nazioni d'Europa, Frangini partecipa - a pieno titolo - alla costruzione dell'Europa 2004, nell'anno in cui Genova sarà capitale della cultura.
Cesare Viazzi
Personale alla Galleria Boccadasse di Genova, febbraio 1966
Negli anni '50 ho conosciuto Giovanni Frangini: tutti ricorderanno come allora Genova fosse poco propizia alle arti e ai giovani e fosse amato, in ogni campo, lo stile pompieristico e bolsamente regionale che tanto ha amareggiato la miglior parte della nostra gioventù. Dalla tragedia all'Arcadia: la crisi del dopoguerra e l'anacronismo di un <
Roberto Garibbo
Personale alla Galleria Boccadasse di Genova, luglio 1966
Un pittore che si distingue per il suo amore, per l'entusiasmo, per la sua dedizione verso i sentimenti più umani. Sentimenti che riesce ad esprimere nei suoi quadri.
Aldo Benvenuti
Personale alla Galleria San Marco di Prato, marzo 1973
LA "TRADIZIONE" DI GIOVANNI B. FRANGINI
Abbozzo per un saggio
Per Giovanni B. Frangini il mondo dell'arte può dirsi tramontato con i suoi eroi, le sue splendide illusioni. Egli esplicitamente l'afferma, riducendo al minimo comune denominatore l'operatività del pittore (neanche dell'<
Ludovico Parenti
Personale alla Galleria della Casana di Genova, marzo 1975
Personale al Palazzo del Capitano del Popolo di Reggio Emilia, marzo 1975
Cogliere gli aspetti più evidenti della pittura di Frangini può apparire più facile se si parte da lontano: dalla conoscenza dei suoi ieratici cardinali o dei cipressi stilizzati nella stagione del Natale. Invece, per scandagliare i contenuti, la chiave interpretativa mi viene dai versi di Gottfried Benn, in Apreslude."Devi saperti immergere, devi imparare, un giorno è gioia e un altro attesa cupa, non desistere, andartene non puoi quando è mancata allora la sua luce".
Frangini, Dal Bon e Repetto rientrano in un intelligente programma che l'Unitre ha predisposto di concerto con l'Amministrazione Comunale per soddisfare esigenze didattiche e richiesta di manifestazioni artistico-culturali.
Raimondo Sirotti
Sindaco di Bogliasco
Personale al Centro Civico di Bogliasco, gennaio 1991
Il mondo poetico di Frangini possiede un raro potere evocativo nel fascino segreto delle immagini, apparizioni oniriche, misteriosi "fantasmi" di una realtà interiore. Pochi segni sono sufficienti a Giovanni Frangini per "evocare" uno spazio, sospeso, indefinito, nel quale le figure si muovono ritmicamente al suono di una melodia incantata.
Daniele Grosso Ferrando
Personale al Centro Civico di Bogliasco, gennaio 1991
LE CATTEDRALI: MISTERO DIVINO E CIVILTA' DELL'UOMO
"Le vetrate sono scritture divine che versano la luce del vero sole - cioè di Dio - nella Chiesa; cioè nel cuore dei fedeli: illuminandoli"
Will Durant (Rationale)
Cattedrali: simboli del mistero divino e delle civiltà dell'uomo.
CALVAIRES ET CATHEDRALES EN FRANCE
Giovanni B. Frangini nous propose un parcours à travers "l'architecture sacrée" des régions françaises.
Jacques Barrere
Directeur du Centre Culturel Franco-Italien Galliera
Personale al Centre Culturel Franco-Italien Galliera di Genova, marzo 1999
Per il giramondo la Bretagna è una meta ineludibile. Questa estremità di Francia, incuneata nell'Oceano, è certamente tra le più generose nel donare al visitatore suggestioni forti proponendo tesori d'arte e di poesia, rievocando leggende e storie ascoltate una volta e mai completamente dimenticate. E' la Bretagna una fonderia nella quale solo una forza inspiegabile, incantatrice, magica può aver miscelato i culti druidici con la religione cattolica, la cultura gallico - celtica con quella latina per dare origine a eventi ed avventure, personaggi ed opere che hanno il fascino dei miti.
Cesare Viazzi
Personale al Centre Culterel Franco-Italien di Genova, marzo 1999
Nel dedalo del centro storico genovese, che dalla darsena del porto antico porta verso la cattedrale, vicino alla veneranda, mitica Torre degli Embriaci, tra un labirinto di vicoli dai nomi davvero soavi -vico delle Camelie, del Fumo, delle Pietre Preziose - si scova anche via delle Grazie, tra le vie Foglietta e dei Mattoni Rossi...
Dario Ferin
Personale all'Art Club il Doge, Genova aprile 2002
"Europa 2004: ideali e realtà, tra cultura, storia e fede" è l'emblematica, propositiva, beneaugurante denominazione della personale che viene dedicata al pittore Giovanni B, Frangini, dal Centro d'Arte e Cultura LIGURIA.
Giannina Scorza
Personale al Centro d'Arte e Cultura "Liguria", Genova ottobre 2003